Germano Lanzoni: “L’antagonista del vero milanese è il pirla”

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Se immagini il meneghino tipo del 2026, il pensiero va a lui: Germano Lanzoni, baluardo di milanesità nella città dove ora i “Brambilla” e i “Colombo” sembrano essere sostituiti dai “Wang” e dagli Abdul”. Eppure, negli ultimi anni anche sui social appare evidente un ritorno all’orgoglio milanese. La metropoli che parla pochissimo il dialetto piano piano ha riscoperto i propri stereotipi, svelando che esistono ancora i suoi cittadini più puri. Il merito di questo ritrovato campanilismo è di chi ha saputo fare proprio l’inconfondibile approccio alla vita tipico del lombardo, trasferendolo alla massa popolare. “In un certo senso diciamo che con la morte del Dogui (Guido Nicheli, ndr) sono arrivato io”, ammette Lanzoni, “Ma non sono certamente solo. I ragazzi de Il Milanese Imbruttito mi hanno fatto diventare volto di un progetto collettivo e con Il Boomer Milanese e tanti altri quella stirpe si è allargata. Io ho semplicemente la percezione di poter essere uno che indossa la maschera di Meneghino”.

Hai detto niente, il simbolo di Milano.

È un modello unico quella maschera. Mi spiego: se dai del Pulcinella a un napoletano o dell’Arlecchino a un bergamasco, in un certo contesto, potrebbero anche offendersi. “Meneghino” invece è sinonimo di “milanese”. Di questo dobbiamo dire grazie a Carlo Maria Maggi, che inventò la maschera nel 1630, e a chi la interpretò successivamente dandole un carattere che si identifica nella città.

Domeneghino è il servo dei “giargiana” che venivano dalla provincia alla città solo di domenica. Uno mai con le mani in mano.

Rivoluzionario: personaggio chiave nella storia della città. Giuseppe Moncalvo, quando la interpretava all’epoca di Radetzky, recitava con la polizia sul palco: a ogni battuta sbagliata veniva portato al Palazzo di Giustizia. Il giorno dopo però veniva subito rilasciato, perché gli austriaci sapevano che Milano se rideva non si ribellava. Il “pirla” è colui che gira su se stesso lasciandosi abbindolare dal rivoluzionario: ecco perché il vero antagonista vero del milanese è il pirla!

Tradizione, quella della risata, in cui Milano è sempre stata maestra col cabaret. Oggi ti esibisci ogni settimana allo Spirit de Milan, zona Bovisa: locale che tu chiami “La Cattedrale” Ma come inizia la tua carriera da cabarettista?

Comincio nei villaggi per pagarmi l’università. Al terzo anno sono già capoanimazione e dentro di me capisco che per insegnare a fare uno sketch devo capire prima cosa siano una quinta, un proscenio, la battuta, la chiosa. Così mi iscrivo alla scuola del Teatro Arsenale.

Il primo palcoscenico di rilievo?

Purtroppo non ho fatto in tempo a frequentare il Derby, essendo all’epoca un “paninaro” degli anni ’80. Nel ’92 vengo spinto a provare un pezzo al Derbino, un locale in viale dei Missaglia, piena periferia di Milano. Renzo Schiroli ricava un angolo quasi parigino all’interno di quella bocciofila riportando un modo poetico e musicale di raccontare la realtà attraverso surrealismo, ironia e arguta osservazione.

Il debutto come va?

A fine sketch dico una battuta sulla cacca. Uscito di scena, Schiroli mi massacra, perché in quel locale la gente mangia e non è il momento giusto per essere così scurrile. Sale lui sul palco e fa un, pezzo di 20 minuti sulla cacca del piccione in piazza Duomo facendo ridere tutti: mi dimostra così che uno stesso argomento può suscitare reazioni diverse, a seconda di come viene contestualizzato.

Poi però diventi di casa al Derbino.

Dopo quella prova, Schiroli chiama me e Gianfranco Balestrieri a esibirci in un locale vuoto per un’ora e mezza. Non ride quasi mai, ma alla fine ci dà il nostro spazio: dieci minuti di esibizione ogni volta, con la stessa strutturazione che usavano al Derby, dove aprivano la serata i Big, mentre i giovani dovevano farsi le ossa a cercare di fare ridere alle 2 di notte chi la mattina dopo andava a lavorare. Le palestre vere per me sono sempre state quelle: locali dove talvolta il comico si alternava alla spogliarellista, in mezzo a un pubblico disagiato che non veniva certo lì per te che dovevi far ridere.

Poi arriva la radio.

Nel 1994 faccio l’accompagnatore delle hostess della Philip Morris, a bordo di una 112 bordeaux perché non ho abbastanza soldi.  Le accompagno a un evento organizzato da Radio Deejay, che fa un tour nelle spiagge italiane. Scopro che mancano due animatori e così mi butto, aiutato dall’esperienza del cabaret che mi permette di cambiare registro e far venire fuori una storia con chiunque del pubblico. Da lì, cinque anni a Radio Deejay.

Come inizia l’avventura col Milan?

Divento direttore artistico degli eventi di RDS, radio partner del Milan dal 2000. Al Trofeo Luigi Berlusconi vengo mandato per fare il vocalist prima della partita: ogni volta che scaldo il pubblico, incrocio lo sguardo di uno al centro della curva rossonera che, indicandomi, alza le braccia al cielo come a prendere l’energia cosmica e con una sorta di antica danza maori avvicina le mani verso il pube. Venti minuti così. Un bell’inizio.

Dopo due anni però diventi speaker ufficiale della squadra. Un ricordo di Silvio Berlusconi?

Sempre a un Trofeo Luigi Berlusconi, edizione 2007. Quando il Presidente scende in campo a fine partita, le telecamere dello stadio iniziano a fare rimbalzare la sua immagine sullo schermo gigante, esaltando logicamente tutti i tifosi che iniziano a inneggiarlo. Nel frattempo Seedorf viene fermato dai giornalisti, per cui si ritarda la premiazione, ma le inquadrature indugiano sempre di più sul Presidente e io attendo un segnale per annunciare la squadra vincitrice. Lui, senza sapere che io sono lì a un metro di distanza, sento che dice “Allora? Non cominciamo? Non lo abbiamo uno speaker?”. “Sì, sono qua”. “E allora lavori!”. Non attendo più altro segnale ovviamente. Ma le cose rischiano di andare molto peggio pochi minuti dopo.

Cioè?

Tradizionalmente avevamo sempre premiato sia la squadra vincitrice che quella che aveva perso. Quell’anno cambiano la cerimonia e decidono di premiare solo il vincitore, ma a me non lo dicono. Così, vedendo Legrottaglie solo in mezzo al campo, unico bianconero, lo annuncio per andare sul podio. Berlusconi e le hostess si guardano: non c’è nessuna coppa. A quel punto vado avanti: “Una stretta di mano del nostro Presidente come riconoscenza e ora passiamo alla premiazione del nostro Miiiiilan”. Mentre lo stadio fa il boato, in quel preciso istante arrivano da me da lati opposti due responsabili: “E’ farina del tuo sacco o non ti hanno brieffato?”. Sono passati quasi vent’anni e sono lì, quindi credo che qualcun altro che doveva brieffarmi sia stato poi brieffato.

Cosa rappresenterà Milano-Cortina per la città?

Una grande opportunità: le Olimpiadi sono uno dei pochi riti collettivi rimasti e hanno un valore che va oltre i confini, in un momento in cui è difficile parlare di un mondo senza conflitti e interessi.

Sarà l’occasione per fare riscoprire diversamente una città ormai nota per il carovita e l’insicurezza?

Quelli sono problemi che indubbiamente ci sono da tempo. Una volta c’era il tamarro, oggi c’è il maranza. Certo, non è consigliabile andare in corso Como con il Rolex, e chi vive la città ne coglie principalmente gli aspetti pesanti. Tuttavia Milano è rimasta quella metropoli che tutti conoscono da sempre, volta al profitto, con grande turismo. Le Olimpiadi senz’altro aumenteranno la narrazione di questa Milano, estremamente affascinante. Uno dall’altra parte del mondo che arriva nelle Cinque Vie sviene per la bellezza, con tutte le opere Rinascimentali e antiche romane che abbiamo. Milano è generalmente esaltata nella sua contemporaneità, dai grattacieli al Bosco verticale: è un polo attrattivo per il suo design, che forse è ormai la sua identità.

I tuoi luoghi più identitari di Milano?

Via Cesare Correnti, dove c’è l’Arsenale. È una strada dove non si supera il terzo piano: estremamente poetica. A Niguarda invece devo la mia formazione scolastica, al Russell, e le mie prime esperienze al Teatro di cooperativa. Essendo di Brusuglio rimango comunque uno della periferia del mondo (Brusuglio) che quando entra nella città cerca di divorare l’esperienza. Poi però devo tornare fuori.

In periferia la relazione con l’altro è leggermente differente: scopri presto che oltre alla tua identità, c’è il resto del mondo e ci si relaziona con usanze, tempistiche, relazioni e linguaggio differenti. Nella periferia la classe sociale è mediobassa, l’ingaggio con ciò che cambia lo percepisci prima.

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