Ivana Gaveglio, sindaco della città identitaria di Carmagnola, ci racconta Giuseppe Bartolomeo Menochio: attraverso le tempeste dell’età di Napoleone fino alla devozione di Leone XIV
Nel cuore spirituale di Carmagnola, la chiesa e il convento di Sant’Agostino – appartenenti alla Congregazione Agostiniana di Lombardia – hanno rappresentato per secoli un crocevia di fede e di cultura, contribuendo alla formazione di numerose personalità illustri. In questo ambiente, si formò anche Giuseppe Bartolomeo Menochio, nato il 19 marzo 1741 da una famiglia agiata e influente. Dopo aver completato gli studi classici presso il Collegio cittadino, come il fratello Ignazio, entrò nell’Ordine di sant’Agostino. Qui si distinse per la sua profonda dedizione all’insegnamento e, soprattutto, alla predicazione, tanto da essere ricordato come «il predicatore santo».
Nel 1760 lasciò Carmagnola per trasferirsi a Fermo, dove iniziò il noviziato presso il convento degli eremitani. La sua vita fu segnata da incarichi di grande responsabilità. Nel 1795 il Papa lo nominò vescovo titolare di Ippona e ausiliare del vescovo di Reggio Emilia. La sua consacrazione avvenne il 22 maggio 1796 nella cattedrale di Reggio. Gli venne offerta anche la dignità cardinalizia, ma Menochio la rifiutò, scegliendo così di servire nella semplicità e nella preghiera. Nel 1800 fu chiamato a Roma come sacrista pontificio e confessore personale di papa Pio VII, che lo volle accanto a sé nei momenti più delicati del suo pontificato. Lo seguì, infatti, a Parigi in occasione dell’incoronazione di Napoleone e lo accompagnò durante gli anni difficili segnati da tensioni politiche. Ma il suo impegno andò oltre il servizio diretto al pontefice: si batté con tenacia per sostenere l’Ordine agostiniano duramente colpito dalle riforme napoleoniche. Si adoperò per il ritorno dei frati nei conventi, per la promozione delle cause di beatificazione e per preservare lo spirito di osservanza religiosa.
La tradizione poi gli attribuisce numerosi miracoli, testimonianza della profonda venerazione che lo circondava già in vita. Particolarmente noto è il prodigio avvenuto durante il viaggio di ritorno a Roma da Parigi: Menochio fece una breve tappa a Carmagnola, dove si verificò la guarigione della signora Rossi, sua concittadina. Durante il periodo di confino del Papa in Francia, non gli fu permesso di seguirlo. Giuseppe Bartolomeo restò a Roma, nel suo modesto appartamento del Quirinale: non prestò mai giuramento di fedeltà all’Imperatore. Trascorse gli ultimi anni della vita al servizio del pontefice e offrendo sostegno spirituale a molti religiosi. Morì il 25 marzo 1823: è sepolto nella basilica di Sant’Agostino di Roma, nella cappella dedicata a San Nicola da Tolentino. La sua fama di santità, già viva pochi decenni dopo la sua scomparsa, spinse l’Ordine agostiniano a promuovere la causa di beatificazione. Nel 1845 il padre Nicolò Primavera si interessò al processo che iniziò ufficialmente nel 1853. Il papa Pio IX, con decreto del 1871, lo definì venerabile. La causa è tuttora aperta. Il 14 maggio 1991, Giovanni Paolo II lo dichiarò «venerabile» e firmò il decreto sull’eroicità delle sue virtù. Nello scorso mese di maggio, anche Leone XIV, primo agostiniano a salire al soglio pontificio, ha reso omaggio alla figura del Menochio: ha voluto infatti che una reliquia del venerabile fosse inserita nella sua croce pettorale.
La memoria del Menochio è particolarmente viva a Carmagnola, che lo considera un figlio illustre. Recentemente, infatti, è stato restaurato un prezioso quadro del tardo XVIII secolo che lo raffigura, opera destinata a essere allocata nella futura quadreria comunale che troverà sede proprio nell’ex complesso agostiniano, attualmente oggetto di importanti lavori di recupero e di restauro finanziati grazie ai fondi del Piano Nazione di Ripresa e Resilienza (PNRR). Giuseppe Bartolomeo Menochio non è l’unico nome che rende Carmagnola «terra di santi e beati». Tra le figure spirituali che arricchiscono la storia della città si annoverano anche la beata Maria Enrichetta Dominici, beatificata nel 1978, e santa Maria Francesca Rubatto, canonizzata nel 2022 da papa Francesco. Un patrimonio di spiritualità, cultura e impegno civile che continua a ispirare le generazioni di ieri e di oggi.


















