“Gli Uccelli” di Aristofane, idillio e distopia

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Adolfo de Carolis / Public domain

Una commedia rivoluzionaria nei contenuti, l’epitome della produzione teatrale attica. Ben raramente si assiste ad una mirabile sintesi stilistica come ne Gli uccelli di Aristofane. Al giorno d’oggi, dinanzi all’infelice scenario che stiamo vivendo, appare d’obbligo considerare questo capolavoro nella sua interezza, rapportando un testo millenario, sempre di straordinaria attualità, al presente. Il suggestivo retroterra storico in cui venne concepita la commedia prefigura il suo fascino; Gli Uccelli, infatti, furono allestiti per la prima volta alle Grandi Dionisie del 414 a.C., in concomitanza alla guerra del Peloponneso. La rappresentazione in un frangente conflittuale, connaturato dalla spedizione ateniese in Sicilia in seguito alle ostilità tra Selinunte e Segesta, non fece conoscere all’opera un immediato successo. Il solitario di Frinico, commedia andata perduta, ottenne il terzo posto, mentre Gli uccelli arrivarono secondi; prevalsero I gozzovigliatori di Amipsia in virtù dei riferimenti allo scandalo delle erme, evento sacrilego che tanto aveva turbato la memoria collettiva. Malauguratamente, anche questo lavoro teatrale non ci è giunto. La trama, ricca e particolareggiata, rivela la somma versatilità artistica di Aristofane. Due cittadini ateniesi, Evelpide – nome parlante, in greco “speranzoso” – e Pisetero, “colui che persuade i compagni”, decidono di reagire al regresso morale di Atene abbandonando la città, alla ricerca di un luogo migliore in cui vivere. Si recano dunque al cospetto del sovrano degli uccelli, Upupa, e gli propongono di fondare, con il contributo degli uccelli, una città nel cielo chiamata Nubicuculia. La drammaturgia aristofanesca eclissa in modo definitivo la piacevole, seppur statica diegesi di Cratino, annoverato tra gli esponenti più significativi della commedia antica (αρχαία). Il desiderio utopico di una dimensione eterea, scevra dalla corruzione e dalla decadenza dei costumi che imperversavano nell’Atene del V secolo a.C., avvalora l’afflato malinconico del commediografo, propenso a delineare un modello di città ideale che, nonostante le aspirazioni dei due protagonisti, risulterà irrealizzabile.

Di conseguenza, Gli uccelli si connotano, al pari delle altre opere aristofanesche, di un’amarezza intimamente greca, sommessa e struggente al tempo stesso. Numerosi i riferimenti alla crisi delle istituzioni democratiche, evidenti nell’uso di termini scurrili ed espressioni denigratorie nei confronti di esponenti politici del tempo. La straordinarietà de Gli uccelli, la commedia greca più estesa giunta fino ai giorni nostri, è ravvisabile nel brioso slancio propulsivo dei personaggi, nell’originalità tematica, nell’ideazione di una tessitura vivace e spumeggiante, nonché nel felicissimo connubio tra azione scenica, danza e coralità. Molti studiosi hanno considerato Gli uccelli una commedia eversiva, in cui è sancito un netto strappo con la realtà. Questa chiave interpretativa, solo apparentemente corretta, si discosta dall’originaria concezione dell’opera. I due protagonisti prevaricano con assoluta irriverenza i limiti imposti dalla dimensione trascendente, un atto di tracotanza (ὕβϱις), che rappresenta il paradigma della più autentica tradizione ellenica. Ciò allude a come talora il ‘progresso’ auspicato e perseguito dagli uomini non sia altro che mera illusione, alimentata da vane speranze. Anziché impegnarsi per riaffermare i valori conculcati dal regresso dei costumi, gli uomini invadono con prepotenza entità a loro del tutto estranee, deturpandole. Il testo si configura come un’accusa al relativismo culturale, verso cui Aristofane nutriva una spiccata avversione, da buon conservatore. L’autore, profondamente contrario a qualsiasi forma di nichilismo, si sofferma sull’effimerità della vita umana delineando un modello archetipico del pessimo cittadino.

A tal proposito, è mirabile la prospettiva dicotomica che caratterizza l’intera commedia: il contrasto tra realtà ed illusione, pragmatismo ideologico e visione onirica, verità effettiva e suggestione chimerica. Il visionario tessuto semantico di cui Gli uccelli sono imbevuti, oltre all’interpretazione ciclica degli eventi di memoria tucididea, rivela una concezione assai interiorizzata delle libertà.

Oggigiorno, la concessione smodata di presunte libertà, solo apparentemente necessarie, intende privare gli uomini della propria consapevolezza. Qui emerge il profetismo dell’autore, che anticipa l’inettitudine di un sistema incline alla sopraffazione, alle tentazioni demagogiche, alla vilipensione della sensibilità popolare. Tale deriva pone in serio pericolo il pluralismo che da sempre ci appartiene, eredità della nostra forma repubblicana e democratica. La volontà di riscatto che i protagonisti maturano nell’incipit della commedia culmina con l’instaurazione di un dominio dittatoriale, peraltro affine alle circostanze sociali denunciate dai due ateniesi. Le libertà devono condurre alla piena realizzazione dell’individuo, mai rappresentare l’emblema del permissivismo. Questo, Aristofane, lo aveva capito meglio di chiunque altro.

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