Il sarcofago della piccola Audasia e il Duomo di Monza

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Opere e manufatti di età romana provenienti da Monza rappresentano una rarità, specialmente per la prima e la media età imperiale. Oltre ad un ritratto virile di uomo maturo, che alcuni hanno voluto riferire a Massimino il Trace, imperatore dal 235 d.C. per tre anni, un reperto notevole è individuabile in un sarcofago romano denominato “Sarcofago di Audasia”, oggi conservato nel chiostrino del Duomo. Il sarcofago, inciso e databile in forse alla fine dell’età Flavia (fine I sec. d..C., anche se altre letture lo vogliono datato al III sec.), presenta una lettura non facilissima, data l’abrasione del testo dovuto alla scalpellatura dello specchio epigrafico avvenuta in età successiva, quando il sarcofago (159 x 62,5 x74 cm) venne utilizzato come cassa per il Tesoro del Duomo di Monza a partire dall’XI secolo. Sul manufatto in pietra di Angera, tuttavia, l’iscrizione doveva essere la seguente: “Agli Dei Mani/ Per Audasia Calès figlia di Quinto/ (dedicò il sarcofago) il padre Quinto Audasio Acmazòn/ seviro augustale, nominato per decreto dei decurioni/ di Milano e di Forlimpoli./ (Lei) visse cinque anni, quattro mesi, tre giorni.”

Come dimostrato dalla dedica iniziale agli Dei Mani, divinità legate ai morti, il sarcofago aveva una funzione funeraria: doveva accogliere il corpo della piccola Audasia Cales, figlia di un personaggio di una certa importanza. I nomi Calès e Acmazòn (rispettivamente ‘La Bella’ e ‘Il Prospero’) fanno presumere con una certa sicurezza l’origine grecanica (ovvero greca o magnogreca) degli individui, confermata per di più dalla carica ricoperta da Quinto Audasio, ovvero quella di seviro augustale. La carica, infatti, rappresentava per il ceto dei liberti (ex-schiavi, spesso proprio di origine grecanica) la massima aspirazione a livello municipale. I seviri altri non erano che un collegio di sei sacerdoti dediti al culto dell’imperatore, i quali, al momento della loro entrata in carica, dovevano versare una sostanziosa cifra onoraria che sarebbe poi servita per l’organizzazione di eventi comunitari: raggiungere questa carica per un ex-schiavo era quindi il modo per testimoniare non solo il proprio affrancamento dalla schiavitù, ma anche la propria ascesa economica e sociale, dal momento che la propria condizione libertina impediva l’accesso ad altre cariche amministrative comunali, come il collegio dei Decurioni, vero e proprio centro del governo municipale, che si occupava anche delle nomine dei seviri augustali, come testimoniato dal nostro sarcofago. La carica in origine durava per un solo anno, e forse consentiva ai figli dei seviri l’accesso a quelle magistrature che invece erano state negate ai padri.

Il nostro Quinto, quindi, doveva essere un personaggio di una certa importanza, ex-schiavo arricchito, dato che la carica di seviro gli venne concessa non solo a Monza, ma anche a Forlimpoli. Il sarcofago presenta ai lati due Eroti, putti alati, mentre sui fianchi due festoni floreali, uno di alloro e bacche, l’altro di frutta e spighe, forse da interpretare come una allusione al rinnovarsi delle stagioni e quindi all’eternità, secondo una allegoria fatta propria del cristianesimo nei secoli successivi, ben coerente con il contesto funerario. Ciò che è certo è che i cristiani, nei secoli successivi, si curarono di scalpellare ogni lettera presente nel cartiglio epigrafico ad eccezione delle prime due lettere, ‘D’ e ‘M’. Questo perché, se in età classica queste altri non erano che l’abbreviazione della dedica agli Dei Mani (Diis Manibus), in età cristiana vennero interpretate come abbreviazione della dedica D(eo) M(aximo), ovvero ‘A Dio, il più grande’.

Ma la storia di questo sarcofago è intrinsecamente legata a quella del Duomo di Monza secondo una tradizione riportata dallo storico locale medievale Bonincontro Morigia: nel 1300, anno giubilare, la regina Teodolinda e S. Elisabetta sarebbero apparse a un prete, Francesco da Giussano, al quale il sarcofago, allora dimenticato, sarebbe stato indicato come contenitore di antiche reliquie. Questo ritrovamento avrebbe dato impulso alla costruzione del nuovo Duomo, che da antica basilica assunse l’aspetto attuale. La piccola Audasia, morta a soli 5 anni in circostanze a noi ignote, sarebbe così entrata nella storia della nostra città, a partire da quel sarcofago che probabilmente il padre fece costruire con dolore.

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