Inizia oggi una nuova rubrica per CulturaIdentità: Archeologando. Cammini ed itinerari tra storia, archeologia e natura, di Valentina Caruso. Giornalista professionista e amatissimo volto della RAI su “Camper”, Valentina ci porterà alla scoperta degli angoli del mondo antico più suggestivi del nostro Paese. E il primo capitolo di questo nuovo viaggio inizia dalla sua terra: la Sardegna.
Dalla Sardegna, terra più antica d’Italia, inizia un viaggio nell’archeologia del Bel Paese, tra luoghi simbolo e memorie millenarie che raccontano le radici e il legame indissolubile tra storia, territorio e identità.
Nella valle di Antas, cuore selvaggio del Sulcis-Iglesiente, poco distante da Fluminimaggiore, un tempo centro minerario prospero e fiorente, il dialogo tra uomo e natura continua ancora oggi da millenni, scolpito nella roccia e nella memoria di un’isola antichissima.
È qui che si trova uno dei siti più affascinanti e identitari della Sardegna, in un’area frequentata sin dalle epoche più antiche, quando la ricchezza del sottosuolo — piombo e ferro — attirò prima i Cartaginesi e poi i Romani, che lasciarono tracce profonde nella storia dell’isola.
Si tratta del Tempio di Antas, santuario punico-romano dedicato a Sardus Pater Babai, il dio eponimo dei Sardi. Un luogo sacro – prima nuragico, poi punico e infine romano – che rappresenta una continuità di culti e civiltà.



Il primo tempio è stato edificato in epoca cartaginese, tra il V e il III secolo a.C., come dimostrano le strutture ancora visibili sotto le gradinate del tempio romano. In origine era dedicato a Sid Addir, divinità punica collegata a un precedente culto sardo delle acque e della vegetazione, erede di una tradizione religiosa nuragica profondamente legata alla natura.
Il tempio che oggi vediamo, invece, risale all’epoca romana: fu costruito intorno al 38 a.C., in età augustea, e restaurato in seguito, sotto l’imperatore Caracalla, nel III secolo d.C. Proprio un’iscrizione latina sull’epistilio conferma questa datazione. La struttura colpisce ancora per la sua eleganza: sei colonne alte circa otto metri, con capitelli ionici, quattro sul fronte e due sui lati, che da quasi duemila anni hanno ridisegnato il paesaggio di questi luoghi mozzafiato.
Antas è anche un luogo di piccole grandi rivelazioni. Proprio qui, su un ex voto, è stata ritrovata la prima attestazione del nome di Cagliari scritto in caratteri punici: “Krly”, una scoperta preziosa per la storia della Sardegna e per l’identità dei cagliaritani.
L’area archeologica conserva anche una piccola necropoli nuragica nella zona antistante il santuario e i resti di un villaggio nuragico (1200–900 a.C.), riutilizzato in età tardo-romana. Qui sono emerse, inoltre, tracce della lavorazione del vetro e del piombo, anche se l’area non è mai stata oggetto di scavi sistematici, mentre i blocchi calcarei utilizzati per la costruzione del tempio venivano estratti da cave di pietra poste nelle immediate vicinanze del sito. Un antico sentiero sacro collegava il complesso a una grotta di interesse speleologico, dove, grazie al ritrovamento di oggetti nuragici, si ritiene fosse praticato il culto delle acque.

Il Tempio di Antas rientra oggi nell’Itinerario religioso e minerario di Santa Barbara, un percorso suggestivo di circa 500 chilometri suddiviso in 30 tappe nel sud-ovest della Sardegna. Un cammino attraverso la spiritualità, l’archeologia, antiche miniere e una natura incontaminata, che regala la possibilità di ammirare meraviglie paesaggistiche come la spiaggia di Masua e l’iconico faraglione di Pan di Zucchero e di immergersi nell’autentico spirito sardo.

















