Maltempo: serve una nuova cultura di pianificazione del territorio

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Il rischio idrogeologico rappresenta una delle principali emergenze del territorio italiano. Frane, alluvioni ed erosione minacciano milioni di cittadini, non possiamo assistere inermi a quello che stà succedendo in modo impressionante a Niscemi.

Il rischio idrogeologico è una delle emergenze ambientali più gravi del Paese. Frane, alluvioni, colate detritiche ed erosione costiera colpiscono vaste aree, mettendo in pericolo persone, infrastrutture e attività economiche. Secondo l’ultimo Rapporto ISPRA, il 94,5% dei Comuni italiani ha aree esposte al rischio e quasi un quinto del territorio nazionale (18,4%) è classificato ad elevata pericolosità. I residenti potenzialmente coinvolti sono milioni: 1,3 milioni in aree a rischio frana, 6,8 milioni in zone a rischio alluvione e 2,9 milioni esposti a inondazioni. Particolarmente allarmante il fenomeno franoso, con oltre 636.000 frane censite, pari a due terzi del totale europeo. Numeri che, sommati agli effetti dell’urbanizzazione, confermano la fragilità del territorio italiano e la necessità di un monitoraggio costante.

Il punto centrale è una pianificazione urbanistica del passato. In molti centri italiani, soprattutto tra gli anni ’50 e ’60, si è costruito senza alcuna valutazione geologica, ampliando i centri abitati al di fuori dei nuclei storici – magari insediati in zone instabili – spesso in aree a rischio. Una volta che le case ci sono, però, non le puoi più rimuovere, quindi è aumentato il problema di esposizione al rischio, con diversi cittadini coinvolti.
Ad esempio già nel 1997, a Niscemi, ci sono stati problemi, il quartiere Sante Croci e il margine ovest della città hanno già fatto i conti con una frana distruttiva nel 1997: case lesionate, chiesa demolita, urbanistica riscritta.

Va bene mettere in primo piano politiche immediate di protezione civile: monitoraggio continuo, soglie di allerta calibrate sul comportamento del versante, gestione delle acque superficiali e sotterranee, stringenti regole d’uso del suolo, ma se non si cambia il modo di progettare con una pianificazione corretta si risolve ben poco. Serve una cultura politica ed economica non più concentrata sull’immediato futuro, ma una cultura silente fondata sulla costruzione di una prevenzione con una pianificazione urbanistica e territoriale, affidata a professionisti che progettino la sicurezza delle città e mettano al primo posto la sicurezza dei cittadini e dei beni.

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