La falce e quel martello contro lo Stato e la polizia

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Lo spettacolo più indegno dopo quello delle violenze dei compagni di Askatasuna nella manifestazione di sabato a Torino, è senza ombra di dubbio quello di giornalisti e pseudo intellettuali che nei salotti televisivi e tra le pagine di alcuni giornali stanno sminuendo i gravi fatti accaduti. La condanna bipartisan è durata appena 24 ore perché i sinistri difensori della teppaglia rossa ora s’inventano presunti infiltrati al corteo o la mancanza di prevenzione da parte della polizia, addirittura una famosa scrittrice in un programma ha detto “che il poliziotto linciato in fondo se l’è cavata con qualche graffio!”.

Sono senza vergogna, accecati da un’ ideologia che li ha lobotomizzati. Un’altra giornalista scrive che l’attacco all’agente di polizia Calista è stato fatto con un martelletto e non con un martello da carpentiere che avrebbe potuto uccidere. Solo per miracolo non ci è scappato il morto. La tecnica d’assalto 10 contro 1, con laser, martelli e spray al peperoncino è quella già vista in altre spedizioni violente che più che condanne ha portato un seggio al parlamento europeo. Insomma la falce del pensiero ed martello che colpisce: due forme di vigliaccheria. Falce & Martello 2.0.

Questa gente, è oggi, come negli anni di Piombo il vero pericolo per la nostra democrazia. Fomentano odio soffiando sul fuoco solo perché non governano i loro amici o meglio i loro editori. Come si fa a giustificare questi nuovi terroristi? Se lo domandano la maggioranza degli italiani che chiedono severe punizioni per questo attacco allo Stato. E del resto chi oggi non si schiera senza se e senza ma dalla parte delle Forze dell’Ordine sta in qualche modo alimentando una mentalità eversiva che ci riporta indietro nel tempo. Questi signori vedono nella lotta armata stile anni 70 un modello di protesta che va giustificato. Visto che democraticamente con le elezioni non riescono ad andare al Governo usano i centri sociali come utili idioti per infiammare le piazze.

Ci sono esponenti politici che hanno partecipato alla manifestazione e che malgrado quello che è successo, oggi rivendicano la loro presenza. Finché chi delinque in questi cortei ha dei padrini politici e un magistrato che non esegue la legge nulla potranno fare carabinieri o polizia.  Come è possibile che per i fatti di sabato ci siano soltanto tre arresti? Ce lo chiediamo tutti dopo aver visto le ennesime scene, di impunita devastazione delle nostre città.

Ieri ero a Fucecchio nella splendida Fondazione Montanelli e mentre in una stanza ammiravo la mitica Lettera 22, mi veniva alla mente l’espressione “magma radical chic” che il più grande giornalista italiano di sempre, Indro Schizzogene Montanelli, aveva indirizzato nel 1972 alla scrittrice Camilla Cederna sulle pagine del Corriere della Sera, identificandola con quei salotti, un po’ ipocriti, che in fondo simpatizzavano con estremisti e brigatisti rossi.

Insomma conviene guardare ad un passato non troppo lontano, quello degli Anni di Piombo per non ricadere in quegli stessi errori. Riguardino quella pagina buia della nostra Storia le tante anime pensanti del nostro Paese, di qualunque idea politica siano. Per decidere con chiarezza se stare con lo Stato o con chi fa della prepotenza e della violenza il manuale del finto rivoluzionario. Per tutto il resto ci sono i cattivi maestri di oggi come quelli di ieri con i quali è inutile parlare, troppo accecati dall’odio ideologico che li ha completamente estraniati dalla realtà, troppo compresi, con quel sorrisino sulle labbra, nel ruolo di educatori di quella “massa ignorante” che crede ancora nella libertà. E lo dimostra alla urne.

1 commento

  1. C’è un confine che una democrazia non può permettersi di rendere elastico: quello tra dissenso e violenza. Sabato a Torino quel confine è stato superato in modo brutale, organizzato, consapevole. E non da “infiltrati”, non da “incidenti”, non da “facinorosi” ma da militanti che da anni praticano la violenza come metodo politico. Da veri e propri terroristi urbani. A me fa impressione, e preoccupa, vedere come, dopo una condanna durata lo spazio di un giorno, una parte dell’informazione e dell’intellettualità di sinistra stia già lavorando per ridimensionare, giustificare, relativizzare. Ancora più grave è ascoltare un esponente di Potere al Popolo dichiarare serenamente che chi ha massacrato un agente di polizia non dovrebbe scontare nemmeno dieci anni di carcere. È una frase che dice tutto: non è pacifismo, è legittimazione della violenza.
    Chi aggredisce in dieci contro uno, con martelli, spray e tecniche paramilitari, non sta protestando: sta colpendo lo Stato. E chi oggi rifiuta di dirlo con chiarezza, chi balbetta distinguo o sposta la responsabilità sulle Forze dell’Ordine, si assume una responsabilità politica e morale enorme.
    Oggi la scelta è semplice, e non ammette scorciatoie: o si sta con lo Stato di diritto, o si fa il gioco di chi vuole distruggerlo.

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