Stiamo entrando nell’acme del periodo carnevalesco con il suo spirito di trasgressione, libertà, satira e trasformazione che lo rende una festa carica di significati psicologici e culturali.
L’usanza di mascherarsi a carnevale nasce da antiche tradizioni pagane, come i saturnali romani e i culti dionisiaci greci, per celebrare la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, scacciare gli spiriti maligni e propiziare la fertilità, ma assume nel tempo anche funzioni sociali, permettendo un temporale rovesciamento dell’ordine sociale, l’anonimato e la satira, grazie anche all’influenza della commedia dell’arte che usava le maschere per rappresentare tipi umani e vizi.
Alcune teorie collegano le maschere al ricordo degli antenati o alla rappresentazione di divinità, come nei riti in onore di Iside dove si usavano maschere durante i festeggiamenti; feste antiche come Saturnali prevedevano un temporaneo capovolgimento delle gerarchie, dove schiavi e padroni si mescolavano, un concetto ripreso dal carnevale.
Durante il Medioevo mascherarsi permetteva al povero di fingersi ricco e viceversa, creando una temporanea uguaglianza e una licenza di dissolutezza prima della Quaresima. La commedia dell’arte nel sedicesimo secolo, con maschere come Arlecchino, Colombina e Pantalone divennero personaggi fissi, espressione di vizi e virtù alimentando il travestimento. La maschera quindi offriva un’identità fittizia, annullando le differenze sociali e permettendo libertà di parola e azione come accadeva in modo molto sentito a Venezia.
È proprio nel contesto della Serenissima che si diffonde l’uso della bauta, un costume tradizionale veneziano che ha una storia affascinante e complessa. Una delle maschere più iconiche e rappresentative della tradizione veneziana. La sua evoluzione è strettamente legata alla storia e alla cultura di Venezia, in particolare al Carnevale.
a bauta si diffuse nella città lagunare tra il XV e il XVI secolo e divenne particolarmente di voga nel Settecento. La bauta era composta da un mantello con cappuccio (tabarro), una maschera bianca e un tricorno. La maschera, detta anche “larva” (dal latino “fantasma”), era tipicamente bianca e permetteva di bere e mangiare senza essere tolta avendo un’apertura a vela, mantenendo così l’anonimato totale.
Nel corso del tempo, la bauta ha mantenuto la sua funzione principale di nascondere l’identità di chi la indossava, permettendo una libertà di espressione senza pari. Questo anonimato era particolarmente apprezzato durante il Carnevale, quando le persone potevano muoversi liberamente per la città senza il peso delle convenzioni sociali.
La bauta era indossata sia da uomini che da donne e poteva essere realizzata in vari materiali, come seta, velluto, stoffa, cartone verniciato o cartapesta. La maschera aveva un labbro superiore deformato ed allungato che consentiva di alterare la voce per non farsi riconoscere.
Oggi, essa continua a essere un simbolo forte e affascinante del Carnevale di Venezia, rappresentando non solo un elemento estetico, ma anche un simbolo di anonimato, uguaglianza e libertà. La parola “bauta” deriva dal veneziano e significa “spavento” o “paura”. L’origine di questo termine è controversa: alcuni sostengono che potrebbe derivare dal tedesco “behüte”, che significa “preservare” o “proteggere”, mentre altri ritengono che possa provenire da parole come “bacucco” o “bau-bao”.
La bauta non era utilizzata solo durante il Carnevale di Venezia, ma anche durante tutto l’anno per recarsi nei locali pubblici e per paura di aggressioni durante gli spostamenti. Era un simbolo di uguaglianza sociale, poiché permetteva a nobili e cittadini di mescolarsi senza distinzioni di classe. Tale travestimento veniva indossato anche tutto l’anno poiché consentiva di nascondere la propria identità ogni qual volta lo si desiderasse:
Anche negli eventi politici e sociali la bauta veniva spesso indossata per proteggere l’identità dei partecipanti. Questo permetteva loro di discutere questioni delicate senza timore di ripercussioni. In alcuni periodi, la bauta veniva utilizzata anche nella vita quotidiana per mantenere l’anonimato. Ad esempio, le donne potevano indossare la bauta per uscire di casa senza essere riconosciute, garantendo così una certa libertà di movimento e di espressione. Ultimo ma non ultimo, nei casinò e nelle case da gioco, la bauta permetteva ai giocatori di mantenere l’anonimato, evitando così di essere identificati e giudicati per le loro abitudini di gioco.
In un certo senso, la bauta può essere vista come una forma primigenia di protezione della vita privata.
Inoltre, essa permetteva alle persone di esprimersi liberamente senza timore di ripercussioni, un concetto che è alla base della libertà di espressione moderna. Oggi, nonostante le pressioni di vari governi e dell’UE, che vorrebbero poter spiare le comunicazioni private, la privacy consente agli individui di comunicare e condividere informazioni in modo sicuro, proteggendo la loro identità e le loro informazioni personali.
Esistono diversi dipinti a Venezia che testimoniano l’ampio utilizzo di queste particolari maschere e che ci permettono di immaginare gli usi e i costumi dei veneziani del tempo. Tra questi vi è l’opera “Il Ridotto” (1757-60) di Pietro Longhi, oggi conservata al Museo Querini Stampalia di Venezia.

Osservando il dipinto, notiamo in primo piano due baute: una donna con addosso il mantello e il tricorno finge di respingere le avance dell’uomo il cui volto è nascosto dalla “larva”. Alle loro spalle, due dame coperte dalla Moretta sono occupate ad ammirare la scena con lo scopo di catturare l’attenzione della seducente Larva e poter così passare una serata tra bagordi e divertimenti nascoste cautamente dalla maschera.
Grazie al lavoro di Pietro Longhi e ad altre testimonianze storiche e artistiche, oggi è possibile ricostruire la vita pubblica e mondana della Venezia del Settecento e toccare con mano i capolavori dell’arte dei Mascareri ancora attiva nella città regina del Carnevale, Venezia.
L’icona della maschera bianca è protagonista nel film “Eyes Wide Shut“ di Stanley Kubrick, basato sul romanzo “Doppio Sogno” di Arthur Schnitzler e tornato in maniera inquietante d’attualità in questi giorni, con le rivelazioni delle carte Epstein: la bauta è utilizzata durante la scena del ballo in maschera, dove i personaggi partecipano a un rituale segreto e decadente.



















