Le ultime parole di Benedetto XVI e di fratel Biagio

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La morte di Benedetto XVI ha suscitato grande emozione e anche clamore di polemiche inopportune. Ma, al di là di questo, egli ci ha consegnato un estremo lascito spirituale.

Lo ha fatto lasciando un testamento, datato 29 agosto 2006 e diffuso dalla sala stampa vaticana poche ore dopo il decesso, in cui invita a “rimanere saldi nella fede” e a “non lasciarsi confondere”. Lo ha fatto disponendo per se stesso funerali nel segno della semplicità.

“Signore ti amo” sono state nella notte le sue ultime parole, pronunciate in italiano con un filo di voce e raccolte da un infermiere, come ha spiegato Andrea Tornielli su Vatican News. «Sono state le sue ultime parole comprensibili, perché successivamente non è stato più grado di esprimersi» — ha raccontato padre Georg Gänswein, il suo segretario.

É circolato anche una sorta di secondo testamento spirituale, una lettera che il Papa emerito aveva scritto il 6 febbraio 2022 in merito al rapporto sugli abusi avvenuti nell’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga all’epoca in cui ne era Arcivescovo. Presagendo che ben presto si sarebbe trovato “di fronte al giudice ultimo” della sua vita, attraversando “la porta oscura della morte”, egli confessava di non temere e di essere “con l’animo lieto”, perché confidante «fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato».

Ed infine ha scritto: «In proposito mi ritorna di continuo in mente quello che Giovanni racconta all’inizio dell’Apocalisse: egli vede il Figlio dell’uomo in tutta la sua grandezza e cade ai suoi piedi come morto. Ma Egli, posando su di lui la destra, gli dice: “Non temere! Sono io…”».

«Non perdetela mai», sono state le ultime parole di fratel Biagio Conte, riferite a quella speranza che, insieme alla carità, è nel nome e nello spirito animatore della Missione di speranza e carità che egli ha fondato nel 1991.

Negli anni il frate laico ha costruito una rete di nove comunità, otto per uomini, una per donne e mamme con bambini. Ha dato un pasto caldo, un vestito, un maglione a chi non l’aveva e un riparo a chi per residenza aveva la strada e per tetto i portici della stazione di Palermo. «Ogni comunità – si legge sulla pagina Facebook – è dotata di una cucina e di una mensa dove vengono distribuiti tre pasti al giorno (…); è inoltre garantita un’assistenza medica e farmaceutica per tutti i fratelli accolti e dei servizi docce e vestiario». Ma prima ancora fratel Biagio ha ridato dignità a chi disperava di averla, a quelli che «vengono chiamati barboni, vagabondi, giovani sbandati, alcolisti, ex detenuti, separati, prostitute profughi, immigrati», ma che in Missione sono «fratello e sorella senza alcuna distinzione» (portale della Missione).

Biagio ha suscitato scandalo quando c’era da scuotere le coscienze intorbidite e distratte, lanciando appelli, andando a dormire sotto i portici del palazzo delle Poste centrali, digiunando per svariati giorni. «Ha testimoniato concretamente, in maniera coinvolgente ed eroica» i valori di solidarietà e dignità della persona — ha scritto nel suo messaggio di cordoglio il Presidente, Sergio Mattarella.

E alla messa dell’8 gennaio, la sua ultima messa, ha chiesto di esserci e si è fatto portare, sdraiato su una lettiga, a lato dell’altare nella chiesa della Missione. «Fratel Biagio, alzati…», ha urlato qualcuno e «Dio, aiutalo», qualcun altro. Quattro giorni dopo è deceduto a causa di quella gravissima forma di tumore al colon con cui da tempo lottava nella stanza-infermeria della Cittadella del povero e della speranza in via Decollati.

La morte è il contrassegno della creaturalità ‒ tutto quanto è creato è mortale ‒, ma a fronte della morte l’eccezionalità dell’amore sta nel fatto che esso non può affatto essere mortale. Esso addita infatti qualcosa che è oltre le miserie e gli egoismi, qualcosa di “sensibile e sovrasensibile insieme”, “in apparenza transitorio, ma in realtà eterno” —scriveva il filosofo F. Rosenzweig.

L’amore mostra che ciò che dà senso non è tanto sapere per che cosa si vive, quanto sapere per chi si vive. Né presume di sapere, nel senso di un sapere impersonale, ma “crede eo ipso”, ponendosi nella confidenza personale, potremmo dire tra io e tu. E nell’amore non c’è timore; «l’amore scaccia il timore» — scrive Giovanni nella sua Prima Lettera —, foss’anche il timore della morte.

Quindi, l’amore può redimere la vita, e può resistere alla morte. E ciò vuol dire che questa non ha l’ultima parola né è l’ultima realtà.

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