Plastic. Inaugurato nel 1980, per decenni è stato il simbolo della Milano più underground. Il suo mito negli anni è stato alimentato da una più che rigida selezione all’ingresso, da serate stravaganti, trasgressive e decisamente fuori dall’ordinario per i tempi, oltre che dalla fama di discoteca tra le più amate e frequentata da superstar internazionali. Sul dancefloor di Viale Umbria – la storica sede rimpiazzata nel 2012 da quella attuale a sud di Fondazione Prada – hanno ballato Madonna, Elton John, Andy Warhol, Freddie Mercury, Prince e molti altri. Leggenda narra che l’artista newyorkese Keith Haring prendesse l’aereo appositamente dagli Stati Uniti per passare una serata al Plastic in compagnia di Grace Jones. Hollywood.
La data di nascita ufficiale risulta essere il 1973, anche se il “battesimo” lo si può fa risalire al 1986, quando inizia a farsi conoscere prima nella zona brianzola, poi in Italia e infine nel mondo intero. Eventi targati Hollywood Milano sono apparsi anche fuori dalle mura della discoteca: dal Festival del Cinema di Cannes al Gran Premio di Montecarlo fino alla notte degli Oscar, nell’omonimo sobborgo losangelino. Difficile individuare la formula del successo per il locale di Corso Como – ma solo perché negli anni ha portato così tante innovazioni che qualsiasi tentativo risulterebbe riduttivo: a contribuire alla sua fama, sicuramente, il fatto che per anni è stato il ritrovo dei principali calciatori delle due squadre di Milano e non solo.
Old Fashion. Se la musica è arte – e questa affermazione non potrebbe trovarci più d’accordo – sarebbe giusto esporla all’interno di un museo. È esattamente ciò che è successo all’Old Fashion, club storico tra i più longevi d’Italia che sorgeva all’interno del Palazzo dell’Arte disegnato nel 1933 da Giovanni Muzio. Ritrovo di personalità di spicco come Naomi Campbell e George Clooney, dopo la sua chiusura i locali sono tornati a far parte del complesso museale della Triennale di Milano.
In mezzo tutto questo? Per comprendere meglio la natura delle bande giovanili nella prima metà degli anni Ottanta è indispensabile mettere in rapporto l’indagine sociologica del 1984 con due relazioni sulle tendenze giovanili prodotte in quello stesso periodo da Questura e Prefettura di Milano. Le “bande spettacolari” classificate nelle relazioni ricalcavano in buona parte quelle individuate dai sociologi, con la sola differenza dell’inclusione dei “paninari”. Questo perché secondo il prefetto bisognava distinguere tra “burghini”, o secondo una definizione giornalistica “paninari”, e gli altri gruppi, che esprimevano invece forme di emarginazione sociale. Appartenenti quasi tutti all’alta borghesia milanese, i paninari si davano appuntamento nei pressi di Burghy, uno dei simboli del consumismo all’americana degli anni Ottanta, e venivano descritti in questo modo:
Sempre abbronzati, vestiti con dissimulata eleganza, la maggior parte di essi è solita indossare il “bomber”, cioè un giubbotto da pilota che nella sua versione classica è di colore verde trans-lucido, e calzare scarponcini di colore coloniale. Indicati dall’ultrasinistra milanese come elementi di destra, sconfessati dal Fronte della Gioventù, i “burghini” sarebbe andati rieditando a Milano […] l’atmosfera che vi regnava verso al fine degli anni ’60 […]. Sono probabilmente i più disponibili a realizzare una logica di contrapposizione e di scontro con altre “bande”.
I paninari, in realtà, in netta antitesi con le formazioni politiche sia a destra sia a sinistra, facevano di uno stile di vita di accettazione di tutto ciò che rappresentava il nuovo nei consumi la loro principale caratteristica. Per questo motivo la nascita di questa identità può essere fatta risalire da un lato alla crisi dell’attivismo politico e sociale degli anni Settanta, dall’altro a una nuova ripresa dei consumi definibili in stile “americanizzante” di cui il più rappresentativo era certamente il fast food. Le bande inserite e analizzate all’interno delle relazioni, comunque, erano altre, descritte in maniera molto precisa:
a) Heavy Metal – i c.d. “metallari” – sarebbero una quarantina […]. Indossano giubbotti ornati di borchie metalliche (da cui lo specifico appellativo) e jeans, calzano anfibi e si ritrovano nella zona delle colonne di S. Lorenzo. Appassionati dell’hard-rock, salutano l’esibizione dei complessi musicali favoriti con le dita della mano a guisa di P.38 (il gesto è però qui privo di qualsiasi significato politico);
b) “Skinheads” – sarebbero una trentina – indossano jeans, calzano anfibi e portano capelli rapati (da cui l’appellativo). Si ritrovano per lo più ai bordi dei quartieri Quarto Oggiaro e Comasina. Prediligono il rock-duro, senza gusti precisi;
c) Rockabilly – sarebbero una sessantina. Indossano giubbotti e jeans e portano capelli alla Elvis Presley. Si ritrovano nella zona di via Torino e piazza Sant’Alessandro. Amano il rock-soft, tradizionale, degli Stati del Sud. Infatti, tra i loro simboli usano la bandiera confederata […];
d) Rockers – sarebbero una trentina. Indossano jeans, calzano stivali ed usano come copricapo il Kepi dell’esercito nordista o cappelli da cow-boy. Girano su moto del tipo “chopper”, sono curati nell’aspetto e seguono modelli di tipo statunitense. […];
e) Mods – sarebbero una trentina. Indossano vestiti anni ’60 (giacca e cravatta), inforcano occhiali neri e si ritrovano presso il locale pubblico discoteca “Odissea 2001”. Spesso è possibile osservarli passeggiare in Galleria V. Emanuele come ad una sfilata di moda8.
Il gruppo più difficile da caratterizzare fu quello alla lettera “f” cioè il gruppo dei punk, che durante la protesta al convegno di Milano accusarono i sociologi di aver prodotto informazioni utili alla repressione poliziesca. Nonostante la difficoltà nel caratterizzare questo gruppo, il questore ne dava un’immagine non pericolosa per l’ordine pubblico:
I componenti prediligono la musica rock colta, caratterizzata da testi molto poetici. Salutano le esibizioni dei complessi favoriti alzando il braccio (sia il destro che il sinistro, indifferentemente) con il pugno chiuso. Generalmente, vestono con pantaloni e giubbotti (di stoffa) neri, calzano anfibi e portano capelli a cresta, colorati. Nel loro abbigliamento, inoltre, è elemento caratteristico il “cuneo” (borchia di metallo piramidale […]). Tratto dalla cultura di alcuni fumetti gotici assai diffusi tra i giovani, è simbolo di “risposta e penetrazione”. […] Nell’area è possibile scorgere elementi di approssimativa politicizzazione. Il gruppo più consistente e importante dei punk milanesi, quello del “centro Virus” di via Correggio, sito in uno stabile già occupato abusivamente e da ultimo sgomberato, viene infatti solitamente indicato come anarchico. In effetti, nel loro modo di comportarsi è possibile rilevare tratti di ideologia anarchica grosso modo riconducibili alla teorizzazioni di Malatesta, Cafiero, e dell’individualista Stirner. Ma, ad una più attenta analisi, emerge che sono tratti marginali e che comunque denotano una lettura superficiale e mal digerita di quegli autori. […] Sulla base dei dati attualmente disponibili, non si ritiene di percepire da quella direzione segnali concretamente negativi sotto il profilo dell’ordine pubblico.
È su questo gruppo che ci si dovrà concentrare e su cui è necessario fare una premessa. All’inizio degli anni Ottanta il punk nichilistico di stile britannico era ormai arrivato a una sua conclusione: gruppi che avevano ottenuto fama mondiale come i Sex Pistols si erano sciolti e altri, come i Clash e i Damned, stavano cambiando sonorità e immagine. È in questo periodo che in Italia si afferma una nuova generazione, influenzata dalla politicizzazione di alcuni gruppi inglesi (Crass e Conflict su tutti) e dalle sonorità americane.
L’attitudine nichilista e provocatoria del punk anni Settanta (o come ancora oggi definito “Punk 77”) lasciava il posto a una forma estrema musicale che univa l’identità giovanile e l’appartenenza politica, meglio conosciuta come hardcore-punk. Come alcuni protagonisti hanno ricordato, il punk italiano non è mai esistito, è esistito invece l’hardcore-punk italiano (nelle sue declinazioni più vicine allo stile americano o britannico). È in questo contesto che la parola attitudine acquista un ruolo centrale. Politica, musica e produzione culturale iniziarono a essere considerati come una cosa sola. Per questo motivo, come alcuni testimoni del periodo hanno più volte affermato, si tendeva a utilizzare la dicitura di punx con la “X”, per differenziarsi dalla precedente ondata da cui si prendevano le distanze. Il punk inteso come ribellione fine a se stessa ed espressione artistica provocatoria era già considerato finito nel 1978 da alcune frange estreme del movimento, che accusavano gruppi e musicisti di essersi “venduti” al sistema, come testimonia la canzone dei Crass, “Punk is Dead”, scritta proprio nello stesso anno.
La politicizzazione dei punk milanesi risentì in maniera particolare delle esperienze musicali e politiche britanniche, combinando musica, concerti e serate in discoteca. Alcuni locali, come il Concordia, il bar Magenta e la “Clinica” nel quartiere Ticinese furono fondamentali, tra 1980 e 1981, per la crescita e la maturità dei punk cittadini che iniziarono a denunciare le lacune nella politica culturale e commerciale del periodo. «Intorno alla musica, l’aggregazione punk e anarchica trovò le prime occasioni di azione diretta: per esempio, il concerto milanese di Adam and the Ants, gruppo punk-new wave della prima ora, fu duramente contestato dai punk, che reclamavano la gratuità della propria cultura e ne contestavano l’uso commerciale. Il concerto, tenutosi presso il Rolling Stones di Milano, si concluse con tensioni e tafferugli con la polizia».
Se i rapporti con la sinistra erede dei movimenti degli anni Settanta fu sempre problematico, dal 1981 iniziò invece l’avvicinamento al centro sociale di via Correggio 18, centro che ospitava, fin dal 1976, un Comitato di Quartiere e un’esperienza abitativa libertaria e anarchica. L’avvicinamento fu reso possibile da una serie di elementi quali la presenza (negli stessi stabili del centro) del locale Vidicon nel quale si svolgevano concerti e serate artistiche e teatrali e l’esigenza da parte dei punk milanesi di uno spazio autonomo e diverso dai circoli giovanili conosciuti fino a quel momento. In questo contesto prese vita “l’offensiva di primavera” che vide la nascita del Virus, un’esperienza che coinvolse attori giovanissimi (i più anziani avevano circa vent’anni, altri non erano nemmeno maggiorenni) e che può essere quindi definita anche come un’esperienza generazionale.
Nel febbraio dell’82 le attività del Virus occupato erano pronte a contaminare le scene culturali e giovanili della città di Milano. L’avvio è dirompente: il capannone occupato dai giovanissimi punk viene ben preso allestito per ospitare concerti. Viene messo in piedi un bar, l’insonorizzazione della sala concerti; vengono acquistati a rate l’impianto voci e la strumentazione. Nell’aprile dello stesso anno vi è l’apertura al grande pubblico dei giovani; viene organizzata “l’offensiva di primavera”, una tre giorni di musica e concerti alla quale avrebbero partecipato alcune migliaia di persone e un trentina di band provenienti da Milano, Bologna, Torino ma anche da alcune città di provincia come Como, Livorno, La Spezia, Piacenza. Nel giro di poche settimane, quindi, il Virus viene riconosciuto come il centro dell’aggregazione punk, quantomeno del Nord Italia, mentre a Milano aveva già attratto almeno un centinaio i giovani attivisti.
Io, io vestivo come un prete in borghese, compravo 7 quotidiani, e 4 mitici settimanali, e gli LP di Luigi Tenco, dei professori Francesco Guccini, Roberto Vecchioni e Claudio Lolli, Fabrizio De Andre, Enzo Jannacci, Ornella Vanoni, Mina, Nada, Rosanna Fratello, Equipe 84 e Lucio Battisti. Mi è passato uno tsunami sopra la testa e non me ne sono accorto.

















