Modena non è un incidente isolato. È uno specchio che non vogliamo guardare

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C’è una cosa che ormai molti cittadini percepiscono chiaramente, anche se troppo spesso nessuno ha il coraggio di dirla fino in fondo: ogni volta che accade un fatto gravissimo come quello di Modena, il dibattito pubblico si trasforma immediatamente in un gigantesco esercizio di rimozione della realtà.

Prima ancora di approfondire i fatti, capire il contesto, ricostruire dinamiche e responsabilità, parte il riflesso automatico: il disagio sociale, la fragilità psicologica, la marginalità, l’emarginazione, la povertà educativa, la rabbia periferica. Tutto. Qualsiasi cosa, purché non si affronti il nodo vero. E chiunque osi porre domande scomode viene immediatamente inserito dentro un’etichetta morale: “razzista”, “xenofobo”, “islamofobo”, “seminatore d’odio”.

Francamente, molti cittadini si sono stancati di questo meccanismo, e hanno ragione. Basta!

Perché qui non si tratta di odiare qualcuno per la sua provenienza o per la sua religione. Si tratta di avere l’onestà intellettuale di guardare la realtà senza filtri ideologici. A Modena non abbiamo assistito a un semplice “raptus”, non siamo davanti a una lite degenerata o a un gesto casuale; c’è stata una volontà precisa di colpire persone innocenti: perché un’auto lanciata contro la folla altro non è che questo. E ci sono le prove, come si dice: traiettorie cambiate per investire più persone possibile e un coltello impugnato dopo l’impatto.

Ma se fate mente locale, queste sono dinamiche che l’Europa, ahinoi, conosce benissimo, perché per anni abbiamo visto le stesse modalità a Nizza, Berlino, Londra e Bruxelles. Veicoli usati come armi, violenza improvvisa contro civili, attacchi nel cuore della quotidianità.

Eppure ogni volta si continua a fingere che ogni episodio sia isolato, scollegato, casuale; come se nominare un problema fosse più grave del problema stesso. Ma ci rendiamo conto?! E tutto ciò mentre esiste un aspetto che, secondo me, oggi merita una riflessione ancora più profonda…ed è forse quello più inquietante.

Noi continuiamo a parlare di integrazione quasi esclusivamente come un diritto da garantire. Molto meno, invece, come un dovere reciproco.

Negli ultimi anni l’Europa ha smesso completamente di pretendere assimilazione culturale. E questa è la vera frattura. Perché una società può accogliere differenze, culture etradizioni diverse solo se esiste un nucleo identitario forte e condiviso al quale chi arriva decideliberamente di aderire. Ma se quel nucleo smette di esistere, se una Nazione smette perfino di credere nei propri valori…allora l’integrazione diventa impossibile.

Ecco il punto che troppo spesso viene evitato: non basta vivere in Italia per sentirsi parte dell’Italia. Essere italiani non è soltanto una questione burocratica o geografica, è, anzi, condivisione di valori; é riconoscersi dentro un’idea di civiltà; é rispetto delle regole; é riconoscimento dell’autorità dello Stato; è rapporto con la libertà, con la donna, con la religione, con la laicità, con il limite.

E quando una società rinuncia a trasmettere tutto questo per paura di apparire “escludente”, produce inevitabilmente vuoti identitari enormi. Quei vuoti che, infatti, vengono riempiti da altro: rabbia, ostilità, integralismo, odio verso l’Occidente.

Perché sì, il tema esiste e credo anche che sia ora di dirlo chiaramente: abbiamo parlato per anni di islamofobia, ma quasi mai di occidentofobia.

Esiste una forma crescente di odio verso l’Occidente che troppi fingono di non vedere. Un odio verso ciò che rappresentiamo: libertà individuale, pluralismo, laicità, diritti, democrazia, emancipazione femminile, convivenza civile.

E il paradosso è devastante: mentre l’Occidente si autoaccusa continuamente, chi odia l’Occidente e gli occidentali molto spesso non ha alcun timore di dichiararlo apertamente. A volte solo con le parole, altre volte, come è accaduto a Modena, con le azioni. Nel frattempo, però, i cittadini vedono le città cambiare, vedono aumentare aggressività, degrado, violenza urbana, gang giovanili, zone sempre più difficili da controllare e, soprattutto, vedono una parte consistente della politica e un sistema mediatico incapaci persino di nominare il problema senza sentirsi moralmente in colpa. Ma una società che ha paura di difendere sé stessa è una società destinata a indebolirsi.

Attenzione: questo non significa affermare che ogni immigrato sia un criminale; sarebbe una sciocchezza tanto quanto negare l’esistenza del problema. No, non è questo, perché esistono migliaia di persone perfettamente integrate, rispettose, lavoratrici, che condividono sinceramente i valori occidentali e che spesso sono le prime vittime di questo clima. Ma proprio per questo serve chiarezza. perché il multiculturalismo senza regole, senza identità e senza assimilazione non produce integrazione, produce frammentazione.

E quando una comunità perde fiducia nello Stato, perde sicurezza e smette di riconoscersi nello spazio pubblico, allora il problema non è più soltanto di ordine pubblico, diventa un problema culturale e civile.

Per troppo tempo abbiamo creduto che bastasse “non discriminare” per costruire una società armoniosa? Ed ha funzionato, secondo voi? Secondo me, no! Non funziona così.

Una comunità sopravvive solo se ha il coraggio di difendere ciò che è, di trasmettere la propria identità, di pretendere rispetto, di stabilire limiti chiari e di dire che non tutto è compatibile con tutto.

Perché il vero rischio non è essere accusati di dire una verità scomoda. Il vero rischio è continuare a tacere mentre il problema cresce.

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