Ci sono personaggi che hanno fatto la Storia, ma la memoria che ne serbiamo non è neanche paragonabile al loro valore e al loro sacrificio. Uno di questi è senz’altro Natale Palli. L’uomo che condusse Gabriele d’Annunzio nel volo beffardo su Vienna.
Nato nel 1895 a Casale Monferrato, città identitaria, da buona famiglia di origine ticinese, Natale era destinato a diventare un ingegnere. Ma la sua giovinezza coincise con due realtà che non poteva essere in alcun modo eluse. Per prima cosa, la Grande guerra, che molti della sua generazione intesero come una prosecuzione del Risorgimento, dunque con un sguardo rivolto all’eroico e romantico Ottocento. Ma subito dopo veniva il Futuro, che si affacciava attraverso una tecnica nuova e esaltante, destinata a cambiare il mondo e ad accorciare le distanze. L’aviazione. Quando si imbatte nel primo aeroplano, ci si vuole provare, ed è l’inizio di una passione che contrassegnerà tutta la sua breve vita.
In una lettera rivolta ai genitori, cerca di comunicare loro quello che trova nel volo: “Salito a 2 mila metri, le Alpi mi svelano le loro cime emergenti da una tenue bruma. Se l’atmosfera fosse più limpida, scorgerei anche la mia Casale. La solitudine perfetta, l’estensione immensa della vista, il brusco ondeggiare dell’apparecchio: tutto mi dà l’impressione di essere entrato nel regno dei fantasmi.”
Natale Palli scopre di avere un talento naturale. L’aereo sembra un’estensione del suo corpo. E a bordo degli aerei farà la sua parte durante la guerra, con pericolose missioni di ricognizione sulle zone più sensibili del fronte, persino su Trieste.
Nel 1918, il destino lo fa incontrare con Gabriele d’Annunzio, poeta-soldato infiammato dal patriottismo, che lo descrive come “un fanciullo biondo dai capelli ondeggianti e dagli occhi di zaffiro”.
D’Annunzio ha un sogno: sorvolare Vienna, la capitale del Nemico. Non per colpirla con le bombe, non è questo il compito che spetta a un Poeta e a un agitatore di folle, ma per lanciare volantini tricolore. Portano un messaggio che invita gli austriaci a ribellarsi ai propri governanti, a lasciare che la sovranità, dall’impero retrogrado degli Asburgo, torni ai popoli, alle nazioni.
Tra D’Annunzio e Palli nasce subito intesa: stesso amore per il rischio, stessa sete di gloria. L’uno ha bisogno dell’altro. D’Annunzio, che non pilota, di qualcuno abbastanza audace per condurlo nelle sue imprese al limite del temerario. Palli, perché nei piani di D’Annunzio intuisce che può concorrere a un’impresa storica, destinata a galvanizzare il Paese.
Il 9 agosto 1918, guidano la formazione della Serenissima: otto aerei in un’impresa folle e teatrale. Il volo, contro tutte le aspettative, riesce. Lascia il mondo attonito e infligge un duro colpo psicologico agli austriaci. Palli torna da eroe. Una foto lo ritrae accanto a d’Annunzio, disfatto dalla fatica, ma vittorioso.

Ma il destino sa essere crudele con chi sembra invincibile. La guerra è ormai finita, Palli potrebbe riscuotere quanto ha dato, andare in giro carico di medaglie e di onori. Ma non è nella sua indole.
Solo un anno dopo l’impresa di Vienna, mentre pilota un aereo in un raid che da Padova dovrebbe condurlo a Londra, passando per Parigi – impresa allora ai limiti delle potenzialità di apparecchi e piloti – Palli incorre in un guasto e precipita sul massiccio del Monte Bianco. Sopravvive all’impatto, riesce anche a orientarsi, cammina per ore, si dirige a valle. Sembra sul punto di salvarsi. Ma poi cede alla fatica, e il freddo lo uccide. Quando muore per assideramento, non ha ancora compiuto 24 anni.
A Casale Monferrato, sulla casa di famiglia, c’è un bassorilievo dello scultore Bistolfi. A fianco del ritratto, parole semplici fissano il senso di una vita che fu breve, ma intensissima:
“NATAL PALLI / COMANDANTE DELLA SERENISSIMA / DOPO GUIDATE / LE GLORIOSE AQUILE D’ITALIA / SUL CIELO DI VIENNA / CADDE / SUL MONTE POURRY DI SAVOIA / IN UN VOLO SUPERBO / DI GIOVINEZZA DI ARDIMENTO E DI FEDE.”


















