È nato il governo giallo-rosso: ecco le cause del ribaltone

È nato il governo giallo-rosso: ecco le cause del ribaltone

Roma, 29 ago – Quello nato proprio nelle ore in cui stiamo chiudendo questo numero è davvero un “governo Cagoia”, come lo avrebbe definito d’Annunzio, figlio di una crisi così assurda che non poteva non avere un esito politicamente balordo. Il “Conte bis”, benché costituzionalmente legittimo, è un esperimento da laboratorio di Frankenstein. Non solo perché è retto da due partiti, il PD e il M5S, che fino a pochi giorni prima di chiudere l’accordo, si erano fatti una guerra senza esclusione di colpi e di insulti (irripetibili in un consesso civile). Non solo perché i protagonisti della nuova maggioranza avevano spergiurato fino all’ultimo che non avrebbero mai stretto alleanza tra di loro. Non solo perché chi lo presiede aveva più volte garantito che la sua esperienza politica non era ripetibile al di fuori dello schema gialloverde. Ma anche perché vede sorgere una maggioranza parlamentare composta da due partiti che nell’ultimo anno, in ogni elezione celebratasi, regionale o europea, avevano visto diminuire fortemente i propri consensi dinanzi alle inesorabili vittorie del centrodestra e che oggi si ritrovano insieme al solo scopo, dichiarato esplicitamente, di evitarne il trionfo in caso di elezioni anticipate, dunque in consapevole contrasto con la volontà popolare, e con l’intenzione, implicita, di salvare alcune centinaia di parlamentari che non sarebbero rieletti.

Il nuovo governo nasce, dunque, “da un incredibile giochino di palazzo”, come ha affermato Salvini al termine delle consultazioni con il Presidente della Repubblica. Il quale Salvini non è però esente da responsabilità. Inebriato dai successi, il leader leghista non solo ha ostinatamente mantenuto un atteggiamento supponente nei confronti degli alleati di centrodestra, ma soprattutto ha reso evidente, con l’improvvisa e intempestiva apertura della crisi, una scarsa conoscenza dei meccanismi istituzionali (e di potere) che regolano la vita politica del paese. In particolare ha dimostrato di essere preda di due atavici difetti della destra italiana: la sopravvalutazione del consenso e la sottovalutazione delle necessarie competenze che occorrono per governare. Competenze, possibilmente, affidabili politicamente e ideologicamente coerenti con i presupposti programmatici, che per sussistere necessitano di un lavoro accurato e intelligente. Davvero si poteva pensare di disporre dello scioglimento delle Camere a proprio piacimento? Per quanto tutto lasciasse credere che fosse conveniente financo a Zingaretti e Di Maio andare al voto (al fine di gestire le fronde interne), occorreva immaginare che non tutto si decide nelle segreterie di partito. E infatti a risolvere la crisi ci hanno pensato gli apparati, e i centri di potere in generale, cavalcando la paura dei peones. Piaccia o meno, non è dal Papete che si governa un grande paese. Per farlo occorrono molte altre cose, compresa una strategia culturale che conquisti non solo il favore popolare, ma anche l’egemonia culturale in seno alle élites, le quali, incredibile a darsi in un paese dove si crede che le scelte abbiano sempre una matrice economica o utilitaristica, hanno anche le proprie convinzioni, che la destra deve provare a cambiare se non vuole continuare a vincere le elezioni, ma senza riuscire a governare.

Ormai, però, la frittata è fatta e ci ritroveremo per un bel po’ quello che Berlusconi ha giustamente definito “il governo più a sinistra della Storia repubblicana”. Povera Patria.
Eppure non bisogna mollare. Uno degli aspetti positivi della vicenda è la chiarificazione del quadro politico che l’alleanza tra il populismo nichilista grillino e la sinistra veterocomunista e radical chic produrrà, rendendo possibile una ricomposizione del centrodestra su nuove basi. E’ indispensabile dunque che Lega e Forza Italia raccolgano l’invito di Giorgia Meloni “a scendere in piazza” per protestare contro questo nuovo ribaltone. L’ennesima sfida lanciata dal “Palazzo” al sentimento popolare va raccolta prontamente, anche per dimostrare di non essere intimoriti dall’odio ideologico che lievita negli ambienti mainstream, come dimostra la singolare tesi, indubbiamente censoria e illiberale, che circola da quando ha cominciato a prendere forma la nuova alleanza giallorossa, secondo cui sarebbe irresponsabile e inopportuno manifestare per strada il proprio dissenso.
Noi ci saremo: gioiosamente, pacificamente, ma anche con la determinazione di chi è consapevole di esprimere l’idea di Italia condivisa dalla stragrande maggioranza dei nostri concittadini.

Alessandro Sansoni



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