L’alba non è mai un evento innocuo. Nella sua bellezza cromatica, nel passaggio dal nero al viola e infine all’oro, si cela una violenza intrinseca: la rottura del sogno, l’irruzione della realtà, la chiamata inappellabile alla coscienza. Il Ventesimo secolo, quel “secolo breve” che ha consumato le energie spirituali dell’Occidente, non è sorto con la dolcezza di un idillio pastorale, ma con la brutalità di una rivelazione. È emerso dalle nebbie dell’Ottocento come un urlo espressionista, un’aurora tinta di sangue e di speranza feroce, dove le vecchie mappe celesti non servivano più a orientarsi.

In questo scenario di macerie fumanti e fondamenta scricchiolanti, due fi gure titaniche si ergono a guardia della soglia: Friedrich Nietzsche e Pablo Picasso. Non si sono mai incontrati nella carne, separati dalla morte del primo avvenuta proprio all’alba del secolo (1900), ma i loro spiriti hanno dialogato incessantemente nel teatro invisibile della cultura europea. Nietzsche, con il martello del filosofo, ha frantumato gli idoli della morale millenaria; Picasso, con il rasoio del cubista, ha sezionato la percezione visiva, smantellando l’illusione della prospettiva rinascimentale. Entrambi hanno condiviso una missione che potremmo definire “igienica” e terribile: fare piazza pulita. Questo capitolo non intende essere una mera cronaca biografica o una disamina accademica sterile. Vuole essere, piuttosto, una discesa negli abissi di quel risveglio.
Esploreremo come il pensiero nietzschiano dell’Oltreuomo (Übermensch) e la rivoluzione estetica picassiana si intreccino con le tensioni politiche del fascismo e dell’anarchia, e con le vertigini esistenzialiste che hanno definito l’uomo moderno. Il filo conduttore sarà la metafora dell'”Alba” – o Aurora, per usare il termine caro a Nietzsche – intesa non come fenomeno atmosferico, ma come spazio liminale di possibilità radicale. Un luogo dove, come suggeriva il filosofo di Röcken, “tutti i soli sono tramontati” e resta solo la responsabilità, immensa e terrificante, di navigare in mare aperto senza bussola. È un invito a guardare l’abisso fino a farsi guardare dentro, a danzare sull’orlo del
precipizio, a trovare una forma nel caos. Perché, in ultima analisi, bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante.
Friedrich Nietzsche, l’eremita di Sils-Maria, non cercava discepoli ossequiosi, ma spiriti liberi, “viandanti” capaci di sostenere il peso insostenibile della libertà. La sua opera Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali (1881) rappresenta uno snodo cruciale nel suo percorso intellettuale, il momento in cui il pensiero si fa “mattutino”, scrollandosi di dosso le pesantezze della metafisica tedesca e del romanticismo wagneriano. In Aurora, Nietzsche si comporta non come un profeta biblico, ma come uno scienziato dello spirito, un chimico che scompone le sostanze più sacre per rivelarne la composizione profana. Egli scava nelle fondamenta della civiltà occidentale – quel sottosuolo psicologico che Dostoevskij aveva appena iniziato a esplorare – per portare alla luce una verità sconvolgente: ciò che per millenni abbiamo venerato come “moralità” non è altro che l’obbedienza ai costumi. È la paura dell’individuo di staccarsi dal gregge, è la superstizione codificata in legge. La “moralità dei costumi” è una camicia di forza tessuta dalla storia, che soffoca l’istinto vitale e la creatività singolare.
L’alba nietzschiana è dunque il momento del risveglio dal sonno dogmatico. È il riconoscimento, doloroso ma necessario, che i valori cristiani – compassione, umiltà, rinuncia – non sono verità eterne scese dal cielo, ma costruzioni storiche, spesso nate dal risentimento dei deboli contro i forti. La celebre proclamazione della “morte di Dio” (che appare nella Gaia Scienza, successiva ad Aurora) non è un evento teologico, ma antropologico e culturale: è il crollo dell’architettura metafisica che dava un senso preordinato all’esistenza. Dio era il garante dell’ordine, il punto di fuga della prospettiva morale. Senza di Lui, l’universo appare improvvisamente vasto, freddo, silenzioso.
Ma è proprio in questo silenzio che Nietzsche vede la promessa dell’aurora. L’uomo si sente smarrito, certo. Si sente come un uccello che, credendosi libero, urta contro le pareti di vetro di una gabbia invisibile, o come un navigante che scopre, con terrore, che “non esiste più terra alcuna” a cui tornare. Tuttavia, questo smarrimento è la condizione preliminare per la grandezza. Solo chi ha perso la terra ferma può scoprire nuovi oceani. Solo chi ha visto tramontare i vecchi dei può iniziare il lavoro di auto-creazione. Nietzsche ci invita a non disperare per la perdita delle catene, ma a osare il mare aperto, dove le onde sono seta e oro, ma anche abisso infinito. […]

















