Paolo Borsellino, storia di un eroe condannato a morte

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Oggi è il 28esimo anniversario della strage di Via D’Amelio, l’attentato costato la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina. Sulla strage di via D’Amelio c’è stato un depistaggio, conferma arrivata dalla sentenza di secondo grado dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta che ha ribadito quanto già deciso dai giudici di primo grado (Redazione)

Perdendo la vita, Paolo Borsellino ha donato una grande opportunità ai giovani italiani (e siciliani in particolare): quella di poter onorare un eroe vicino, semplice e figlio dei tempi, senza doverlo andare a rintracciare in chissà quale paese straniero o epoca lontana. Un eroe, sì. Non soltanto una vittima eccellente del terrorismo mafioso, ma un esempio cristallino di umanità e dedizione alla toga. Un professionista scrupoloso, un lavoratore infaticabile, un padre esemplare. Se durante le udienze del Maxi-processo l’attenzione dei media fu tutta per Giovanni Falcone, lui non ne ebbe affatto gelosia. A Borsellino interessava il risultato: quello di assicurare alla giustizia quella banda di balordi che aveva preso in ostaggio la Sicilia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi. Ha lavorato tantissimo per raggiungere quell’obiettivo, con disciplina, inseguendo i necessari riscontri a tutte le ipotesi investigative portate in aula. 

Falcone e Borsellino sono morti perché hanno lavorato bene. Lo ha detto la Cassazione quando ha confermato le condanne emesse nell’aula-bunker di Palermo. Un giudizio tutt’altro che sereno, tant’è che il procuratore generale della suprema corte, Antonio Scopelliti, chiamato a studiare i faldoni, fu ucciso il 9 agosto 1991 da Cosa Nostra per intimidire tutto il collegio. Le bombe contro i giudici palermitani sono esplose soltanto quando Totò Riina e soci hanno capito che non sarebbe stato più possibile ribaltare i primi due gradi di giudizio. 

Tra il tritolo di Capaci e quello di via D’Amelio ci sono 57 giorni di angoscia. Morto Falcone, sa che tocca a lui. È consapevole che la condanna a morte è già stata emessa. Ma è l’unico che ha le capacità investigative, la libertà di spirito, per continuare il lavoro del collega ucciso.

Comincia una battaglia solitaria, abbandonato anche dai colleghi. Non si risparmia: partecipa a incontri pubblici drammatici, segue piste complicatissime, assaggia l’amarezza del tradimento. Ha fretta. Va avanti nonostante abbia saputo che a Palermo è arrivato il tritolo che lo farà saltare in aria. Chi gli è stato accanto in quei giorni dice che vivesse con distacco anche i rapporti coi figli, per rendere loro meno pesante il lutto. Un profilo ascetico che solo i santi sanno decifrare.  

Non è un caso che il suo nome e volto siano diventati simboli di vittoria. Chi ha deciso la sua morte ha sbagliato tutto. Quel sangue ha riscattato un territorio spesso vile. All’appello però manca ancora una fetta importante di verità. La sentenza del Borsellino IV ha parlato del “più grande depistaggio della storia repubblicana”. La famiglia, intanto, attende risposte a molte domande. Una su tutte: chi ha sottratto l’agenda di Paolo dal luogo della Strage?