Popolo di poeti, di artisti, di eroi

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Il Martirio di Santa Caterina di Gaudenzio Ferrari alla Pinacoteca di Brera Zonapedia - CC BY-SA 4.0

Angelo Crespi, direttore della Grande Brera esplora l’identità italiana, dalla sua lingua alla sua storia, dal suo paesaggio al suo immenso tesoro conservato nei musei

Quando discutiamo di identità di un popolo di cosa discutiamo? Come quando parliamo di identità della persona, pensiamo che l’identità di un popolo siano quelle caratteristiche specifiche che lo rendono unico, o almeno diverso dagli altri: la lingua, la storia e le tradizioni, i valori e la cultura, le origini, il senso di appartenenza, perfino un comune destino (nel caso dell’Italia una potente predisposizione all’arte e alla creatività). Ovviamente l’identità di un popolo è un insieme complesso e dinamico di vari elementi, culturali, storici, sociali, che non può essere definita una volta per sempre e anzi muta nel corso dei secoli, fermo restando alcuni parametri che ne permettono appunto la sussistenza.

La lingua per esempio: il popolo si riconosce in una lingua e come scriveva Elias Canetti «la nostra patria è una lingua»; ovviamente la lingua per eccellenza è quella della poesia, la più acuminata, la più precisa per significare la complessità del reale, e per questo celebriamo i poeti e gli scrittori che in alcuni casi sono stati dei veri fondatori, cioè hanno fondato la lingua a tavolino. Pensiamo a Dante che scriveva in latino e che decise di comporre in volgare un poema così denso e vasto che è restato insuperato. Tutte le cose grandi — diceva Heidegger — hanno un inizio grande. Così è stato per l’italiano, dopo la Divina Commedia non sarebbe servito altro, ancora oggi non facciamo che ripetere inconsapevolmente lemmi ed espressioni nate in quel libro. Pensiamo anche a Manzoni che pensava e parlava in francese, e chiacchierava in milanese: con acribia riscrisse più volte il proprio capolavoro, «I promessi sposi», cercando l’italiano perfetto per una nazione che andava costituendosi come Stato.

La lingua madre determina la patria, tanto che bisognerebbe parlare di «matria» quando facciamo riferimento a un popolo che è tale perché i suoi componenti parlano la stessa lingua. Eppure, noi italiani siamo frutto anche dei dialetti, cioè di una lingua divisiva che accentuava le singolarità regionali o addirittura locali, di piccole comunità che si comprendevano in un vernacolo parlato in pochi chilometri e già diverso poco oltre, un linguaggio solo parlato e non scritto che era una disgregazione di una lingua comune più antica, il latino, e di permanenze di lingue ancora più antiche a secondo dei territori… un linguaggio solo parlato che subiva influenze continue e si costituiva con appropriazioni continue da altre lingue e rimasticature, a secondo delle invasioni, in una costante effervescenza e senza nessuna codificazione, se non la tradizione di madre in madre, di padre in padre. Ed è un peccato che si sia perso, essendo il dialetto, per dirla alla Pasolini, l’unico italiano plurimo degno di essere difeso e che permetteva anche ai più umili una lingua poetica; oggi l’italiano, continuando il pensiero di Pasolini, è quello che ci ha imposto la televisione dagli anni Sessanta, un italiano scialbo e deteriorato, così lontano dal dantesco parlare che è così popolare e mai inutilmente aulico. In ogni caso, nella costituzione dell’identità di un popolo complesso al pari di quello italiano il dialetto ha contribuito alla formazione di una comunanza quanto l’italiano letterario. Ciò significa che dobbiamo proteggere l’italiano dei poeti e, se fosse possibile, il dialetto come una lingua altrettanto letteraria e costitutiva.

L’identità di un popolo non risiede solo nella sua lingua: la cultura e i valori che essa si trascina sono altrettanto essenziali. Allo stesso modo la storia comune, celebrata attraverso le figure del passato, gli eroi per esempio, ed anche tutte le altre personalità, le cosiddette glorie locali, che hanno fatto importante un luogo, una città, perfino un piccolo paese e che restano incardinate nei monumenti e nei nomi delle vie. I beni culturali sono l’altra grande fonte di identità in Italia, un giacimento inesauribile di identità emerge dal nostro paesaggio, perfetta compenetrazione di arte e natura, emerge dalle pietre e dalle architetture antiche, dai capolavori d’arte del passato che sono conservati nei musei. E dunque è un dovere tutelare il paesaggio, soprattutto per un paese come il nostro: e la tutela inizia quando diventiamo consapevoli che il paesaggio è espressione della storia e fattore di identità, non un semplice panorama in cui vivere, bensì un panorama stratificato di storia e storie. Ed è, altrettanto, un dovere preservare le architetture delle nostre città, preservare i centri storici che sono i lacerti in cui sopravvive la bellezza che ha contraddistinto l’Italia, prima che la modernità urbanizzasse la campagna con orrende periferie, deleterie, orrende, disumane. I centri storici, fatti di straducole e botteghe, cortili e palazzi, fatti di pietre antiche su pietre antiche, sono i residui della bellezza di un tempo e in essi la nostra identità trova solida rappresentazione. Poi ci sono le chiese e le pievi che si ergono su ogni montagna, su ogni collina della nostra Italia, su ogni spazio sopraelevato, che ci chiediamo con quale logica furono costruite se non per rappresentare la magnificenza di Dio, la sua presenza constante. Chiese oggi vuote, disabitate, residui di un tempo in cui la religione era identità.

Infine, ci sono i musei di arte antica dove si conservano le memorie più belle e i fasti più importanti della nostra civiltà e dunque di noi come popolo. Oggi i musei sono le cattedrali della contemporaneità dove i visitatori cercano un senso; cercano la bellezza effusa dagli oggetti d’arte, che prima di oggetti di cultura nella maggior parte dei casi furono oggetti di culto: pale d’altare, crocifissioni, deposizioni, sacre famiglie, madonne, santi a profusione. Oggetti di culto pensati per luoghi di culto che oggi, pur traslati in edifici laici come i musei, mantengono la forza del sacro. Dunque i visitatori cercano un senso visitando i musei, non solo il piacere del divertimento e della cultura: nei musei di arte antica non ci sono finestre, la luce è sempre uguale, anche la temperatura è sempre uguale e per questo assomigliano a chiese e cattedrali visitando le quali si può trovare una risposta visiva coerente e integra, contrapposta alla confusione della contemporaneità. E dentro di essi è custodita l’identità più profonda di noi italiani, un misto di sacro e di bellezza.

Così gli Uffizi di Firenze, Galleria Borghese a Roma, Pinacoteca di Brera a Milano, l’Accademia a Venezia, Capodimonte a Napoli, per fare gli esempi più eclatanti, sono i contenitori di questa identità multipla e molteplice. Che resiste in ogni città della penisola e che riguarda l’archeologia, quando si cercano origini più antiche, che riguarda l’architettura e l’arte compresa quella moderna. Musei e gallerie e palazzi e monumenti, a Bologna, Modena, Taranto e Reggio Calabria, a Rovereto e Siracusa, a Padova e Genova, a Ravenna e Pisa, a Palermo e Mantova e Cremona e Caserta. Ma anche nei centri più piccoli e remoti, paesi e borghi, c’è sempre qualcosa da cui splende storia e identità e che ci ricorda le nostre origini: nella minuscola Venosa la casa di Orazio, a Urbino la casa di Raffaello, ad Arquà la casa di Petrarca, a Vicenza la casa di Pigafetta, a Busseto la casa di Verdi, a Recanati quella di Leopardi, a Possagno quella di Canova, ad Agrigento di Pirandello, quella di Pascoli a San Mauro di Romagna. Perché siamo italiani, perché amiamo l’Italia se non per questa profusione senza soluzione di continuità di arte, musica, poesia, ingegno e creatività.

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