L’attacco ridicolo contro il “patriarcato” per il logo del Ministero della Cultura

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L’unica cosa che stupisce è che ci siano voluti quasi 24 anni prima che le femministe si scatenassero contro il logo del Ministero della Cultura. La petizione firmata da alcune centinaia di attivisti e guidata dalla ottantaseienne Fufi Sonnino, è stata recapitata via PEC agli uffici di via del Collegio Romano la settimana scorsa. Oggetto: cambiare il logo del Ministero della Cultura togliendo di mezzo lo “stupratore” Apollo nella sua versione berniniana.

Il volto del Dio della Musica è infatti prestato al dicastero che si occupa di gestire il più grande patrimonio culturale del mondo dal 31 ottobre 2002. Le femministe se ne accorgono solo ora e decidono che fra gasolio che viaggia verso i tre euro, voci di una prossima apocalisse da IA, minacce (molto più concrete) dell’UE ai diritti di proprietà e alla libertà dei cittadini, il problema da mettere all’ordine del giorno sia quello dei simboli.

Intendiamoci, non che sia qualcosa di secondario: la guerra culturale è la versione postmoderna dello scontro fra Mefistofele e l’Altissimo per l’anima di Faust. In gioco c’è l’essenza stessa della civiltà occidentale con il wokeismo nella parte dell’ultima incarnazione del demone scatenato da Scuola di Francoforte, post-strutturalisti francesi e ideologi dei campus americani. Il femminismo, una delle più importanti teste d’ariete del woke, partito dalle rivendicazioni sul suffragio alle donne è finito a picconare statue e attaccare miti e riti della nostra civiltà perché intrinsecamente “patriarcale” fra un sit-in e l’altro in difesa di qualche madre snaturata che ha assassinato i propri figli “per colpa di una crisi ormonale”.

A ben vedere, dal loro – limitatissimo e per nulla condivisibile – punto di vista, le femministe avrebbero anche ragione: Apollo è un delinquente, figlio sano del patriarcato e mirabile esempio che se ci fosse stato il protocollo Cecchettin sull’Olimpo certe cose non sarebbero accadute. Invaghitosi per una freccia d’oro di Cupido della ninfa Dafne (che a sua volta non lo poteva soffrire, sempre a causa di una freccia del pennuto divo, stavolta di piombo) il bellissimo figlio di Latona insegue la ninfa per mari e monti tentando di concupirla finché la preghiera di Dafne non viene esaudita e il dio fluviale Peneo non la trasforma in una pianta di alloro, lasciando Apollo con un pugno di foglie e bacche in mano.

“Tentato stupro”, ai sensi del codice penale del ministro prof. Alfredo Rocco (Art. 609-bis e art. 56). Ai tempi di Ovidio – che ha raccontato il fattaccio nelle sue “Metamorfosi” – e di Bernini, che lo ha eternato nella pietra (dello scandalo) – lo sguardo dell’umanità verso questi episodi era alquanto differente dal nostro. Uno sguardo filtrato dalle lenti del “Patriarcato”, direbbero le femministe.

Il cuore della questione è tutto qua: non riuscire a disgiungere la propria interpretazione ideologica pro tempore da realtà più grandi di noi, tanto da divenire mito. Patriarcato o non, ai tempi d’Ovidio lo stupro era punito con l’esilio e la confisca dei beni nella migliore delle ipotesi, più facilmente con la pena di morte aggravata da qualche supplizio (tipo la crocefissione) se il colpevole era uno schiavo. Nel 1600, quando Bernini scolpì il gruppo di Apollo e Dafne lo “stupro” configurava una vasta gamma di reati il cui esito poteva andare da alcuni mesi di prigione ad anni incatenati al remo su una galea, fino al patibolo. Questo giusto per dire che anche in epoche di “Patriarcato” gli umani avevano una idea alquanto chiara di cosa fosse giusto e cosa sbagliato. E a nessuno, tanto ai tempi di Ovidio quanto a quelli di Bernini (tempi che – giova ricordare – erano quelli di un cattolicesimo piuttosto rigoroso…) ha mai pensato d’accostare la vicenda di Apollo e Dafne a una “apologia della violenza sessuale”.

L’arte e prima ancora il mito raccontano la vita, e la vita spesso non segue alla lettera i codici civile e penale. Apollo e Dafne ci parlano di passione, gioventù e bellezza, amore non ricambiato e perduto e infine pudore virginale (curiosamente uno degli aspetti che le femministe detestano, esaltando al contrario la spudoratezza e la licenza sessuale come “liberazione” in uno dei tanti cortocircuiti ideologici di cui sono vittime).

Il decostruzionismo invece vuole distruggere l’umanità, riducendola a parti elementari scollegate fra loro, negando la complessità e di conseguenza tutto ciò che olisticamente emerge dall’immenso caos che tutte queste parti producono. Compresa l’arte, la bellezza, lo struggimento, il mito. Così uno dei capolavori più impressionanti della storia dell’intera civiltà umana – l’Apollo e Dafne di Bernini – diventa qualcosa da portare alla sbarra in un tribunale della buoncostume. Non importa la sua storia, il contesto, il suo valore artistico e mitologico. Importa solo il dettaglio del “tentato stupro”. Così duemila anni di civiltà europea vengono ridotti a un articoletto di cronaca nera.

“Non vorremmo certo smantellare le statue!” si schermisce la deputata PD Irene Manzi, che ha appoggiato l’assurda petizione. Fesso chi ci crede! Gli ultimi trent’anni di pazzia contagiosa ci hanno vaccinato alquanto e di talebani ne abbiamo visti troppi all’opera. Tutti partiti con rispettabilissime opinioni sulle “cose brutte” del passato – guerra, schiavismo, violenze etc. etc. – e in men che non si dica arrivati a mazze e fiamme ossidriche per distruggere statue e far sparire nei magazzini quadri. Agli iconoclasti col sorriso falso e il martello nascosto dietro la schiena non va dato alcun margine. La petizione va rispedita ai mittenti con disprezzo e un’ammonizione: giù le mani dal Dio della Bellezza.

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