Se la scuola è questa allora chiudiamola!

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Tra banchi a rotelle e segregazione… meglio la lezione di Giovanni Papini

“Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istituiti per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi.

Quali? Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i figliuoli che danno noia. […]. Per i maestri c’è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione ritenuta ‘nobile’ e che offre, in più, tre mesi di vacanza l’anno[…]. Aggiungete a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani.

Lo Stato mantiene le scuole perché […] avendo bisogno tutti gli anni di qualche battaglione di impiegati, preferisce tirarseli su a modo suo e sceglierli sulla fede di certificati da lui concessi […]. Aggiungete che sulle scuole ci mangiano ispettori, presidi, bidelli, preparatori, assistenti, editori, librai, cartolai e avrete la trama completa degli interessi tessuti attorno alle comunali e regie e pareggiate case di pena.

Nessuno – fuorché a discorsi – pensa al miglioramento della nazione, allo sviluppo del pensiero e tanto meno a quello cui si dovrebbe pensar di più: al bene dei figliuoli”.

Così si esprimeva Giovanni Papini, nientemeno che nel lontano 1 giugno 1914. Oltre 100 anni sono passati e nel mezzo due guerre mondiali, una guerra fredda, il Sessantotto, due o tre Repubbliche, l’11 Settembre, eppure le sue parole suonerebbero ancora attuali, se non fossero sopraggiunti il Coronavirus, il lockdown, il governo Conte e il ministro Azzolina a toglierci perfino le pareti delle latrine, “l’unico testo di sincerità delle scuole”.

Quando scrisse quel famoso libello provocatorio in cui chiedeva la chiusura di tutte le scuole del Regno, seppure di lì a qualche anno avrebbe vissuto la drammatica pandemia causata dall’influenza spagnola, Papini non poteva immaginare che l’insano istinto torturatore di giovani e bambini di cui accusava essere affetti bidelli, docenti, presidi, funzionari statali, deputati e ministri, avrebbe potuto concepire per i figli dei figli dei figli dei suoi figli, mostruosi strumenti da usare al suddetto scopo ancor più raffinati.

Banchi con rotelle inacquistabili, termoscanner da utilizzare prima dell’uscita di casa, poi all’arrivo a scuola, quindi all’uscita da scuola, infine sulla soglia di casa… E ancora mascherine, da portare sei-otto ore al giorno, perfino durante l’ora d’aria – che poi in certe scuole soprattutto elementari non arriva mai, perché l’educazione fisica e il cortile sono un optional, non un’attività curriculare – affinchè la costrizione, la sottomissione e lo stato di detenzione a cui sono soggetti financo bimbi di sei anni, sia plasticamente visibile e concretamente vivibile da costoro. E cosa avrebbe mai potuto scrivere, leggendo i famigerati protocolli predisposti per i piccoli alunni sospettati di essere portatori sani di covid a causa di un semplice starnuto e qualche linea di febbre? Internamento, isolamento, guardiano specificamente incaricato di tenere il potenziale untore sotto osservazione prima di consegnarlo al pubblico ludibrio e alla Asl competente (ma su questo si sono ravveduti: gli esperti del CTS hanno scoperto che, in uno stato di diritto, il minore va consegnato alle famiglie e non nelle mani della Stasi medico-securitaria…).

Ma il punto ancora non è questo: che le scuole potessero infine trasformarsi in carceri/ospedali/manicomi Papini già lo aveva intuito, pur non avendo letto Foucault e la sua critica alla standardizzazione sociale illuminista.

Il punto lo ripeto, sono le latrine, che potrebbero non esserci più. Perché per rendere la carcerazione della gioventù ancora più totale, per impedire qualsivoglia momento di gioia e di relazione sociale felicemente amicale a bambini e adolescenti, per assicurarsi che l’antigenialità insita nell’istituzione e la sua pervicace finalità instupidente fosse totale, i nostri eroi ministeriali hanno trovato la soluzione finale: la didattica a distanza, la digitalizzazione della scuola, l’irraggiungibilità delle libere latrine.

Non aule più grandi, non meno studenti per classe per migliorare l’attenzione e l’apprendimento, ma gli arresti domiciliari per nove mesi, incatenati prima al pc, poi nel tempo libero allo smartphone, per prepararsi meglio all’ergastolo domiciliare successivo, quello che sarà poi sancito dallo smart working.

Mai una corsa in giardino, non sia mai un assembramento con gli amichetti: soli, totalmente soli e lobotomizzati dal digital.

Ma se così dev’essere, allora chiudiamole davvero queste scuole! Restituiamo ai fanciulli la loro libertà di sbagliare, di giocare, di ammalarsi, di stare insieme, di scoprire il mondo (reale) con i loro sguardi curiosi, rivolti verso l’orizzonte o in alto, verso il cielo, piuttosto che in basso sul telefonino. Ci arrangeremo con la didattica parentale!

Pensa che risparmio, altro che taglio dei parlamentari! Chiudiamole allora e lasciateci almeno la fanciullezza e la gioventù per godere un po’ d’igienica anarchia!”.

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