Senza identità non possiamo esistere, né esistiamo per gli altri

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Il globalismo e l’accreditamento, per parte progressista, di un inesorabile passaggio attraverso una società liquida e sempre meno identitaria ha avuto come risposta da parte conservatrice l’idea di un necessario ritorno a un sovranismo tacciato di populismo con connotazioni esclusivamente negative. La rivendicazione di un primato, soprattutto culturale, del globalismo sul sovranismo, è però privo di qualsiasi fondamento perchè il sovranismo si coniuga con quanto di più necessario a un individuo, ovvero la necessità di rivendicare la propria identità. Sono le riflessioni che ho condiviso durante l’evento di CulturaIdentità a Civita di Bagno Reggio utilizzando una metafora utile a comprendere proprio questa condizione. La nostra carta d’identità, quella che teniamo in tasca e che ci viene rilasciata nella nostra condizione di cittadini, oltre al nostro nome e cognome, contiene i nostri elementi somatici caratteristici: altezza, colore degli occhi e dei capelli, se ne abbiamo, e poi quelli di luogo di residenza e di nascita. Un po’ come avviene ovviamente con il nostro passaporto. Tutti elementi che ci permettono di essere parzialmente riconoscibili, perché la prova finale di essere veramente la persona che il documento indica è la fotografia che vi è posta . Dunque, se la nostra identificazione e la conseguente nostra identità passa attraverso l’immagine che ci raffigura sulla carta d’identità, proviamo a pensare a un documento privo della nostra immagine: la conseguenza ovvia sarebbe quella di non essere riconosciuti, quindi privi di identità. E’ dunque la nostra immagine, la nostra faccia, che ci permette di essere persone e poi le persone che siamo. Ma se tutte le persone fossero prive della propria immagine, ovvero del proprio volto, non solo non sarebbero riconoscibili, ma ognuna scomparirebbe agli occhi degli altri. Quindi senza identità non possiamo esistere né esistiamo per gli altri. Un uomo senza volto è come un paese senza identità. Perché un paese, un popolo, una nazione, privi di volto non sono né un paese, né un popolo, né una nazione. Non riconoscendo noi stessi per automatismo anche gli altri, popoli, paesi, nazioni, finiranno per non riconoscerci più, creando una sorta di collettivismo identitario. Quando nessuno è più se stesso uno vale l’altro e senza differenza tra noi e gli altri viene meno il valore di ciascuno di noi. Ma se un tempo le dittature più feroci compivano sistematicamente la cancellazione di ogni minoranza fino all’annientamento, ricorrendo all’uccisione di interi popoli, oggi nulla di tutto questo è più necessario. Le minoranze identitarie, siano questi popoli, paesi o nazioni, si uccidono massificandole nel bisogno di consumi emozionali, attraverso la quotidiana comunicazione di necessità comuni dove le differenze vengono meno. Nasce quindi un anestetica doppio valente militante: da una parte come sinonimo contrario di ciò che trova nella differenza un valore estetico, dall’altra come anestetizzante di un pensiero che ovviamente non può che essere corretto per trovare ospitalità nelle file di un mondo culturale che di lib/lab ha ormai perso anche il solo ricordo.

1 commento

  1. Non posso far altro che condividere poiché è un ‘analisi lucida che riguarda tutti gli Stati occidentali ormai in netto declino e questo anche perché chi occupa posti di potere o di prestigio negano o voltano le spalle e purtroppo, in malafede, con la loro parola annientano menti deboli aizzandoli non solo contro chi la pensa diversamente ma anche contro le persone più mature o più saggie che non solo pensano alla loro vecchiaia ma anche al futuro dei giovani.

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