“Un Ministero del nuovo immaginario italiano”

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INTERVISTA PUBBLICATA SULL’ULTIMO NUMERO DI CANDIDO, LA STORICA RIVISTA FONDATA DA GIOVANNINO GUARESCHI

Sul numero del mese scorso abbiamo toccato, con l’onorevole Federico Mollicone, un tema che a noi di Candido sta particolarmente a cuore. Un tema attorno al quale, nel panorama metapolitico della Destra italiana, si sta finalmente aprendo un dibattito serio e articolato. Stiamo parlando della cultura e dell’enorme potenziale che l’industria culturale rappresenta in un Paese come il nostro, culla universale dell’arte e della bellezza.

Dai più vivaci think thank dell’universo identitario e conservatore sono arrivati già diversi appelli rivolti al nuovo esecutivo per strappare una volta per tutte al progressismo politically correct il monopolio di un settore così importante.

Tra le varie iniziative spicca senz’altro quella organizzata alla fine del mese scorso dal mensile CulturaIdentità al teatro Sala Umberto di Roma. Un convegno che già dal titolo ha fatto proprio l’accorato appello a non perdere l’occasione storica di “Liberare la cultura”, imprigionata dal dopoguerra a oggi nelle logiche asfittiche dell’ideologia sinistrorsa.

Ne parliamo con l’attore e giornalista Edoardo Sylos Labini, fondatore e direttore di Cultura Identità, nonché organizzatore – assieme all’ex consigliere di amministrazione della Rai, Giampaolo Rossi – dell’importante evento romano.

A guardare gli assetti attuali dell’industria culturale e dello spettacolo, della grande editoria, dell’università, della Rai, l’impresa appare titanica. Eppure stavolta ci sono le condizioni politiche per riuscire almeno a squarciare la cappa del pensiero unico. Quali sono a tuo avviso i primi passi che la Destra al governo dovrebbe fare per provare a “liberare la cultura?”.

Sicuramente le scelte che in questi giorni si stanno facendo per le nomine al ministero sono basilari. La cultura nel nostro Paese è in crisi proprio a causa di una visione totalmente sbagliata che si è riflessa nelle scelte del Mibact degli ultimi quindici anni.

Il disastro di Franceschini che ha contribuito ad affossare il teatro e lo spettacolo dal vivo italiano, è paradigmatico in questo senso: le risorse del FUS, il fondo unico per lo spettacolo, sono state, infatti, distribuite secondo un modello francese che premia solo i grandi teatri nazionali. Un modello totalmente inadeguato alla realtà italiana dominata da tante piccole e preziose realtà di provincia che sono state totalmente penalizzate. Da noi anche i borghi più piccoli hanno teatri pazzeschi e manifestazioni culturali tradizionali che andrebbero assolutamente valorizzati.

Serve perciò un radicale cambio di rotta a livello ministeriale, un salto di paradigma che trasformi l’Italia in un grande festival culturale permanente, con un decreto specifico a sostegno delle migliaia di manifestazioni diffuse in ogni angolo della Penisola che raccontano la nostra storia e le nostre tradizioni. Noi di Cultura Identità abbiamo immaginato da tempo una vera e propria rete di città identitarie, in cui ogni piccola realtà italiana di provincia avrebbe modo di valorizzarsi attirando turismo e creando così un indotto virtuoso. Perchè ogni evento culturale muove tanti altri settori dell’economia.

Per realizzare un progetto del genere andrebbe attivato all’interno del ministero una sorta di “direttivo del nuovo immaginario italiano” composto da persone di comprovata competenza in materia teatrale, cinematografica, musicale e di spettacolo dal vivo che affianchi il lavoro dei burocrati ministeriali. Attorno alla nostra rivista e alla nostra asscociazione abbiamo creato una squadra d’intellettuali, artisti e politici – tra i quali spiccano proprio Giampaolo Rossi e Federico Mollicone – che da anni sta lavorando in questa direzione.

Parliamo di “città identitarie”, di tradizioni culturali da valorizzare e il nostro pensiero corre inevitabilmente alla nuova religione del politically correct che, al contrario, continua a imporre i dogmi dell’integrazione e del conformismo su scala planetaria. La sensazione, insomma, è che ci sia una profonda incompatibilità tra la cultura – che, come dicevi tu, non è altro che l’affermazione dell’identità di un popolo – e la liquidità indistinta del metaverso nel quale siamo tutti immersi…

Il metaverso deve essere considerato semplicemente uno strumento. Un mezzo per far tornare la gente nelle piazze a rivivere la dimensione dell’Agorà e la riscoperta della bellezza del nostro meraviglioso territorio.

Noi non siamo contro le nuove tecnologie o il nuovo mondo digitale. Semplicemente li consideriamo per quello che dovrebbero essere: straordinari strumenti di promozione utili per far conoscere le tante realtà e le tante realtive manifestazioni culturali che meritano di essere visitate e vissute fisicamente. Perché non esiste nessun surrogato virtuale che possa sotituire l’emozione di vivere un’esperienza dal vivo.

Parlando di metaverso, di mondo digitale e di politically correct, si finisce avviluppati nel vortice di quel globalismo apolide che caratterizza lo spirito del nostro tempo. Come si fa a riaffermare i valori dell’identità e della cultura negli anni dei like e dei tweet in 140 caratteri, la cui logica ha investito in pieno anche i giornali, il cinema e la tv? Come si fa a riaffermare il valore dell’arte e della bellezza negli anni in cui i modelli dominanti sono rappresentati dalle unghie smaltate – e opportunamente brandizzate – di Fedez, o dai sandali coi calzini della Ferragni?

Partendo dalla consapevolezza che il globalismo ha fallito. Lo abbiamo visto nella gestione – in molti casi disastrosa – della pandemia che ha fatto emergere tutte le criticità e le contraddizioni di un sistema privo di confini geografici, politici e culturali.

Lo vediamo da mesi nella gestione della crisi in Ucraina, con i paesi dell’Eurozona che procedono in ordine sparso su tutto: dal tema degli aiuti militari a quello delle sanzioni, fino alle misure di contenimento della conseguente crisi energetica che sta mandando in default le nostre economie.

Ormai persino la Sinistra si sta rendendo conto, in colpevole ritardo, di quanto sia importante la salvaguardia dell’identità e il recupero di una sovranità politica. Del resto il tentativo di arruolare i milioni di followers di Fedez e della Ferragni cercando di aggregare consensi in quel mondo, attraverso la neolingua del politicamente corretto, si è rivelato disastroso. Un fallimento catastrofico che dimostra che gli influencer, cui tu nella domanda facevi riferimento, vivono soltanto dentro lo schermo dei loro smartphone, ma non sono assolutamente in grado di produrre una visione vera del paese.

L’unico modo che abbiamo per ricostruire una visione vera del nostro Paese, provando a ricucire un tessuto culturale, è tornare a rincontrarsi nelle piazze e nei borghi per riscoprire la nostra identità e la nostra bellezza. Un discorso che vale ancora di più nell’epoca attuale del web e della virtualità.

Un segnale di coraggio, a questo punto, dovrebbe arrivare anche dai protagonisti “non allineati’ della vita culturale e artistica del nostro Paese, i quali, spesso, nei decenni che ci hanno preceduto, tendevano a lasciare inespressa la propria visione politico-culturale per non finire bollati con la lettera scarlatta e così espulsi dal giro che conta. A giudicare però dai tanti personaggi di peso che erano presenti nel parterre del tuo convegno sembra che già qualcosa stia cambiando…

Certo, perché oggi trovano degli interlocutori credibili che già da anni si stanno battendo per questa battaglia di liberazione culturale. Del resto, gli intellettuali e gli artisti, se non hanno una casa, un punto di riferimento stabile che permetta loro di esprimersi (dicasi un giornale, un film, un programma televisivo, una casa editrice o discografica e via dicendo) è comprensibile che se ne stiano zitti evitando di esporsi politicamente.

Torniamo dunque sempre al punto di partenza: se non c’è la volontà politica di creare contenitori e condizioni favorevoli per accogliere prodotti di cultura non allineata al pensiero unico non si può pretendere che un artista fuori dal coro venga fuori e prenda posizione.

Se la cultura e l’arte sono orientati a Sinistra da decenni nel nostro Paese è solo per una precisa responsabilità politica e non per assenza di artisti di Destra che invece ci sono sempre stati ed hanno dovuto vivere in questo clima di mafia culturale che impedisce loro di esprimersi. Per questo oggi si respira anche da parte loro una grande voglia di cambiamento e di libertà. Alla nostra kermesse, per esempio, ne ho visti tanti che hanno partecipato con entusiasmo: da Enrico Ruggeri a Luca Barbareschi. Da Pino Insegno a Beatrice Venezi. Da Lorella Cuccarini a Giorgio Pasotti, solo per citarne alcuni.

Chiudiamo con la Rai che anche in questa tornata elettorale si è distinta nel fare propaganda a senso unico e a reti unificate con i soldi di tutti i contribuenti: uno scandalo che andrebbe arginato una volta per tutte…

Al di là dell’informazione, per la quale dovrebbe essere garantito il più rigoroso pluralismo, anche la Rai dovrebbe assolutamente recuperare un indirizzo di visione del Paese, ruolo importantissimo per una televisione di Stato.

Dal mio punto di vista la Rai dovrebbe diventare uno dei principali attori di quell’operazione di costruzione di un “nuovo immaginario italiano” al quale facevo riferimento all’inizio di questa intervista.

La storia d’Italia è piena di personaggi straordinari, di eroi, di artisti, di pensatori che non sono mai stati raccontati dai nostri media. Un patrimonio formidabile – assieme alla bellezza paesaggistica e a una ricchezza culturale che non ha pari nel mondo – dal quale si dovrebbe attingere per produrre film, programmi e fiction. Questo sì che sarebbe vero servizio pubblico.

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1 commento

  1. Si possono fare tutte le esperienze istituzionali che si vuole, ma la sinistra continuerà a parlare con il linguaggio che conosce. Predilige. Trae godimento. Mentre Letta e compagni continueranno a starsene all’ombra del silenzio assenso. Frattanto, salendo lungo lo Stivale, fra “risse, furti e bivacchi, la via dello shopping di Milano è in preda al degrado, e a farne le spese sono i commercianti e i residenti che si trovano ogni giorno a dover far fronte non solo a rapine, schiamazzi notturni e danni, ma anche a vedere tutt’intorno diventare una latrina a cielo aperto”. Solo che, arrivati a questo punto, bisognerebbe considerare finito il tempo delle lamentele infruttifere e delle chiacchiere un tanto al chilo. Adesso sembrerebbe davvero arrivato il momento di affrontare il problema a viso aperto. Insomma, se non ora, quando? E poiché sembra innegabile che Sala stia sistematicamente portando al degrado la Città metropolitana di Milano per un suo chiarissimo disegno ideologico, altro motivo non si vede, i residenti dei quartieri in questione, insieme ai titolari delle relative attività commerciali, all’unisono, dovrebbero denunciare quel sindaco per inadempienza contrattuale. Poiché è cosa innegabile che, nella scala delle priorità del vivere civile dei suoi amministrati, il principale obbligo di ogni primo cittadino, se non è in grado di migliorarle, è quello di non portarle a degrado. Cosa invece che Sala, con puntigliosa perseveranza, fa.

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