Almeno 16 anni per accedere ai social network. È la richiesta che ventuno organizzazioni europee hanno rivolto alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, chiedendo all’Unione una soglia comune per tutelare bambini e adolescenti.
Tra i firmatari c’è anche la Fondazione Patti Digitali ETS, realtà indipendente nata dall’esperienza della Rete nazionale dei Patti Digitali, che oggi coinvolge oltre 27.500 famiglie italiane. La lettera, inviata il 9 settembre, precede la votazione del Parlamento europeo prevista per giovedì 17 settembre.
Una posizione che trova una significativa convergenza anche nel programma di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, che propone il divieto di accesso ai social per i minori di 15 anni. Una soglia leggermente più bassa rispetto ai 16 anni chiesti dalle organizzazioni europee, accompagnata però da ulteriori limitazioni fino alla maggiore età: tra i 15 e i 17 anni il programma prevede infatti un tempo massimo di utilizzo quotidiano di 45 o 60 minuti. Vengono inoltre proposti sistemi certi di verifica dell’età, il divieto dei dispositivi elettronici personali a scuola e il blocco predefinito dei contenuti per adulti. Un’impostazione che affronta con decisione un problema sempre più difficile da lasciare alla sola gestione delle famiglie.
Il principio al centro dell’appello europeo è chiaro. La sicurezza dei minori deve essere garantita fin dalla progettazione dei servizi digitali. Spetterebbe quindi alle aziende dimostrare che i propri ambienti sono adeguati all’età, evitando di intervenire soltanto dopo l’emergere di conseguenze negative.
Nel mirino finiscono alcuni meccanismi ormai abituali come feed infinito, autoplay, notifiche continue e algoritmi di raccomandazione. Sono strumenti studiati per prolungare il tempo trascorso davanti allo schermo e diventano particolarmente delicati quando coinvolgono bambini e adolescenti.
A preoccupare sono anche gli effetti che un utilizzo precoce e intenso può avere sulla crescita. Dipendenza dallo smartphone, riduzione della capacità di attenzione, disturbi del sonno, confronto costante con modelli estetici e sociali irrealistici, cyberbullismo e ricerca continua dell’approvazione altrui sono alcuni dei rischi maggiormente discussi. A questi si aggiunge l’esposizione a contenuti violenti, sessuali o comunque inadatti all’età, che gli algoritmi possono proporre anche senza una ricerca volontaria.
I numeri riportati dalle organizzazioni mostrano le dimensioni del fenomeno. Secondo le stime contenute nella lettera, ogni giorno più di 10.000 bambini nell’Unione europea inizierebbero a utilizzare i social prima dei 16 anni, migliaia addirittura prima dei dodici.
È proprio sulla soglia anagrafica che si concentra il confronto. Il Comitato speciale sulla sicurezza dei minori online ha indicato 13 anni come limite per l’accesso autonomo ai servizi. Una scelta contestata dai firmatari, anche perché la fascia tra i 13 e i 15 anni viene considerata particolarmente vulnerabile sotto il profilo della salute mentale.
Le associazioni criticano anche la possibilità di consentire l’accesso ai più piccoli attraverso il consenso familiare. L’autorizzazione di un genitore, sostengono, non garantisce di per sé la sicurezza dell’ambiente frequentato dal figlio e rischia di lasciare sulle famiglie una responsabilità difficile da sostenere di fronte a colossi tecnologici globali.
Il tema supera ormai la gestione quotidiana dello smartphone in famiglia. L’adolescenza è una fase decisiva per la costruzione delle relazioni, della personalità, della capacità di attenzione e del rapporto con il giudizio degli altri. Una parte crescente di queste esperienze si svolge oggi dentro ambienti regolati da algoritmi progettati per aumentare il coinvolgimento dell’utente.
La richiesta rivolta a Bruxelles è quindi quella di fissare una soglia precauzionale di almeno 16 anni, mentre prosegue il lavoro europeo sulla regolamentazione delle grandi aziende tecnologiche e sulla verifica dell’età.
Ventuno organizzazioni chiedono ora alla politica di tracciare un confine. Resta una domanda che riguarda famiglie, istituzioni e società nel suo complesso. Quanto siamo disposti ad aspettare prima di proteggere i più giovani da strumenti entrati nelle loro vite molto più velocemente delle regole chiamate a governarli?

















