Vico, il genio incompreso raccontato da Marcello Veneziani

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Non si può non provare simpatia (anche personale, si parva licet componere magnis) per un uomo vissuto sempre al margine del successo che avrebbe meritato in vita, un gradino sotto il riconoscimento universale, continuamente costretto a fare lavori sì intellettuali, ma fastidiosamente mai soddisfacenti le sue vere abilità e soprattutto aspirazioni. Un uomo che dovette impegnare i beni di famiglia per pubblicare il suo capolavoro filosofico, non riuscendo neppure a coprirne tutte le spese (tanto che uscì in edizione ridotta). Tale fu umanamente Giambattista Vico, immortalato da Marcello Veneziani in una biografia, “Vico dei miracoli” (Rizzoli, pp. 196, € 19,00) la prima compiuta del filosofo, dove viene finalmente riconosciuto il genio napoletano, facendolo ascendere a quell’empireo che avrebbe ben meritato fin dal suo secolo.

Marcello Veneziani: “Vico dei miracoli” (Rizzoli, pp. 196, € 19,00)

Vico nacque a Napoli il 23 giugno del 1668. Visse sempre nella sua città, fra i vicoli e le vaiasse, gli strepiti domestici, le teatrate in strada (estrema della quale, quella che nel 1744 gli fece avere due sfortunati funerali per una discordia durante le esequie). Era l’epoca del dominio dei Borbone di Spagna, ribollente di quella “miseria e nobiltà” che avrebbe dato titolo alla commedia di due secoli dopo e dunque l’epoca del “miracolo napoletano”, quello che dà alla città la sua veste identitaria che ancora oggi la rende unica al mondo: dal lotto a Pulcinella, dal mandolino ai maccheroni, dagli stereotipi alla grandezza artistica e culturale testimoniata dal maestoso Teatro San Carlo, alla cui inaugurazione, probabilmente, Vico fu presente. Ultimo dei rinascimentali e primo degli illuministi, verrebbe da incasellarlo. Veneziani invece semplicemente lo incorona “più grande dei filosofi italiani” con una biografia che racconta non solo il personaggio, ma anche la sua Napoli, resa anche con l’uso di dialetto e italiano partenopeo (distinzione non banale, un un’epoca che vorrebbe l’Italia una “invenzione” ottocentesca) in una narrazione a metà fra romanzo e saggio.

Ma qual è la tesi di Veneziani? Il suo Vico è un gigante, il più grande dei pensatori italiani, perché nel crogiolo partenopeo riesce a fondere antiche radici e frutti novissimi della civiltà europea: il senso della storia ciclico del mondo classico e la teologia cattolica (teologia raffinatissima, ma anche religiosità ingenua e popolare, di cui Napoli gronda) insieme con gli “ultimi gridi” della filosofia del suo secolo, che si affacciava ai Lumi, con “il Leibnizio e ‘l Newtone”. La critica di Vico agli sviluppi del sapere del suo tempo (soprattutto verso Cartesio) è talmente avanzata da anticipare le inquietudini dei nostri secoli, ma non venne apprezzata dai contemporanei come doveva: mentre la scienza “dura” (diremmo noi oggi) a base matematica divorava la filosofia e la metafisica partendo dalla convinzione classica che la perfezione dei numeri sia la chiave per capire la mente di Dio, Vico riporta l’uomo a una sua dimensione più concreta e – se vogliamo – modesta: puoi sapere davvero solo ciò che fai. La matematica non la fai, quella l’ha creata l’Onnipotente. E cosa fai, tu, uomo, se non la tua stessa storia? Quella, la storia, è la materia che davvero gli esseri umani possono conoscere. E attraverso la comprensione della storia, provare (si badi, provare) a capire anche un po’ del disegno di Dio, che con la Provvidenza dispone dove l’uomo propone con le sue azioni (la famosa “eterogenesi dei fini”). (Il lettore voglia perdonarci questa riduzione a sciabolate).

Veneziani dunque accende un faro su un filosofo sottovalutato, ridotto a Bignami con quel “corsi e ricorsi” da tanti citato e da pochi compreso, la cui influenza invece si stende fino ai grandi del Novecento, incompreso nel suo secolo tanto quanto è stato sottovalutato, se non frainteso, nei secoli seguenti. E che, secondo lo scrittore di Bisceglie, “da una vita grama” seppe invece trarre una filosofia che voleva guardare all’origine dell’umanità. Il suo “pensiero mediterraneo”, carnalmente legato a Napoli, è anche e soprattutto un pensiero italiano, come dice lo stesso Vico descrivendo se stesso: “Vico è nato per la gloria della patria [Napoli] e inconseguenza dell’Italia, perché quivi nato e non in Marocco”. Dimostrando così che la nostra nazione (forse unica al mondo), come in un Mistero della Fede, è una e molteplice. E produce i suoi geni. Salvo però poi fargli fare vita grama…

Foto: busto di Giambattista Vico – © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons / CC-BY 2.5

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