“Tolkien. Uomo, Professore, Autore”. Presentata al MiC la mostra sul papà degli Hobbit

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E’ un dono” – raccontò Priscilla, figlia di JRR Tolkien a Oronzo Cilli, curatore della mostra dedicata al padre del “Signore degli Anelli”, commentando la sua opera nello stupore per il successo avuto anche in vita. E’ stata oggi presentata al Ministero della Cultura la mostra dedicata a John Ronald Reuel Tolkien nel cinquantesimo della sua scomparsa. Una mostra fortemente voluta dal ministro Gennaro Sangiuliano. “E’ un atto deliberato e un atto voluto”, dice il ministro, rivendicando la sua determinazione nel celebrare questo autore in Italia. “Nella figura di Tolkien ci sono valori che ci sono immensamente cari: la comunità, l’amicizia, la solidarietà e soprattutto la centralità della persona. Uomini e donne non devono essere ridotti a consumatori” dice Sangiuliano spiegando i motivi che hanno spinto il ministero che lui guida a celebrare questo autore.

La grande esposizione – che verrà aperta il 16 novembre alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma – è la prima in Italia di questo rilievo dedicata a Tolkien, e rispetto alle altre iniziative analoghe tenute a Oxford, Parigi e Milwaukee è anche la prima incentrata sulla globalità della figura umana, accademica e artistica del padre degli Hobbit. “Un assoluto inedito per il nostro paese” definisce la mostra Adriano Monti Buzzetti Colella nonché – citando le parole dello stesso Tolkien – “Una festa a lungo attesa“. La sua vita familiare, i suoi rapporti professionali e intellettuali con colleghi e amici, le sue ispirazioni e ciò che la sua opera ha ispirato, l’eredità di Tolkien. “Forse la mostra più importante mai allestita al mondo” dice con orgoglio Alessandro Nicosia, presidente C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, organizzatore e co-curatore della mostra. “Non solo una mostra tematica come le altre, ma una raccolta globale della vita e dell’opera di Tolkien, non solo incentrata sulle sue opere”. L’esposizione – continua Nicosia – rende disponibili al pubblico 1.300 oggetti, fra opere, documenti, cimeli di famiglia, lettere, edizioni, installazioni. “Una mostra più che documentale, spettacolare” conclude Nicosia.

Ampio spazio nella mostra verrà data anche al rapporto di Tolkien con l’Italia, terra della cui lingua era – parola sua – “innamorato“: “mi sento alquanto sperduto senza la possibilità di provare a parlarlo” aveva scritto in una lettera. Così l’esibizione – spiega Oronzo Cilli, curatore della mostra – racconterà anche le relazioni fra Tolkien e i suoi molti amici italiani e i suoi due viaggi in Italia, ma anche il rapporto strettissimo dei suoi figli con l’Italia, tutti conoscitori della lingua italiana e amanti del nostro paese. Inoltre – dice Cilli a CulturaIdentità – non vi sarà altro che il Tolkien filologico: “nessun tentativo di far dire a Tolkien cose che non ha detto” ci spiega commentando le ultime derive del mondo cinematografico, con il mondo tolkeniano distorto in chiave wokeista.

La sede della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma non è casuale, per l’enorme influenza che Tolkien ha avuto proprio sulle arti figurative del XX secolo. “La mostra su Tolkien avvicenda quella su Picasso. Solo in un luogo qual è un museo poteva avvenire questo passaggio di testimone fra due giganti nati alla fine dell’Ottocento e vissuti abbastanza da vedere il mondo cambiare, spesso prepotentemente” spiega Cristiana Collu, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.

John Ronald Reuel Tolkien era nato nel 1892 a Bloemfontein, in quello che era ancora lo Stato Libero dell’Orange. La sua famiglia, tuttavia era d’origine inglese e a soli tre anni il giovane John con la madre Mabel e suo fratello tornarono nella madrepatria per restarvi, a causa della prematura morte del padre. La madre si prodigò per educarlo a casa, impartendogli fin da piccolo rudimenti di botanica e di latino e l’amore per la natura. Con la scomparsa anche di Mabel, quando Tolkien era dodicenne, il ragazzo venne affidato a un precettore cattolico, Francis Xavier Morgan, che seppe avvicinarlo agli aspetti migliori della religione.

A sedici anni conobbe la futura moglie Edith, ma poiché ella era protestante (nonché di tre anni più vecchia di lui), il suo precettore Francis Xavier gli proibì di frequentarla fino alla maggiore età (all’epoca 21 anni). Il sentimento fra i due tuttavia era sincero, resistette a questa prova d’altri tempi e fiorì quando la proibizione giunse al suo termine. Si sposarono nel 1916, dopo che Edith s’era convertita al Cattolicesimo, poco prima che John fosse inviato sul fronte francese (alquanto poco entusiasta) a combattere nella Prima guerra mondiale.

Fortunatamente per lui (e per l’umanità), il suo fisico non era adatto alla vita delle trincee, e dopo pochi mesi fu dichiarato invalido per una febbre e rimandato in patria. La guerra così non riuscì a inghiottire quello che sarebbe diventato uno dei più grandi scrittori del Novecento. Tuttavia l’esperienza della guerra segnò moltissimo la vita di Tolkien. “E’ dalla guerra che muove il primo passo come autore” spiega Oronzo Cilli. Poco dopo il rientro JRR fu benedetto dalla nascita del primo di quattro figli e iniziò la sua carriera accademica nel ramo della filologia e della linguistica nell’università di Oxford, dove oggi è venerato. “Nel mondo accademico, oramai, Tolkien si è liberato dell’aura pop di scrittore di genere ed è entrato nel canone letterario” spiega Giuseppe Pezzini, docente proprio all’Università di Oxford e attivo in quegli Tolkien Studies che – spiega Pezzini – affiancano oramai su un piede di parità quelli dedicati a Dante e Shakespeare.

La felice vita universitaria, familiare e amicale (frequentò alcune delle più grandi menti dell’Inghilterra suo tempo, come C.S. Lewis, che contribuì a far convertire al Cattolicesimo) contribuirono a creare quel fertile terreno su cui fiorirono i capolavori letterari per i quali è celebre. Innanzitutto Lo Hobbit, poi Il Signore degli Anelli e tutti gli altri libri che arricchirono il mondo fantastico della Terra di Mezzo di cui fu l’ideatore.

Nati come racconti del focolare, queste opere sono state poi universalmente riconosciute come romanzi epici contemporanei, degni di figurare accanto ai massimi libri dell’umanità per la carica immaginifica ed etica che le loro pagine hanno dato al mondo. “Padre assoluto della fiaba contemporanea” lo definisce Mario Turetta, segretario generale del Ministero della Cultura.  

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