70 anni dopo Orwell siamo messi peggio di quanto lui immaginasse

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Settant’anni fa moriva George Orwell. Il suo capolavoro è senz’altro la sua ultima fatica letteraria (almeno tra quelle pubblicate in vita): 1984. È molto più di un romanzo, è una profezia, di sventura purtroppo. Se oggi si volesse scrivere una distopia all’altezza di quel capolavoro premonitore e di questi nostri anni Venti del terzo millennio, si dovrebbe partire dagli ingredienti che Gianfranco Andorno ha mescolato per costruire questa soffocante Oblindia, la terra dell’oblio.

Due gli elementi chiave, veri e propri motori di accensione dell’anticiviltà distopica tratteggiata da Andorno, che sono chiara e diretta ripresa della lezione orwelliana: la memoria e la dismisura umanitaristica. Tanto Winston Smith, protagonista di 1984, quanto Markus/Marco, l’ultimo ribelle di Oblindia, si contraddistinguono per il fatto di essere rimasti gli unici in possesso della memoria. Cancellare il passato, ogni traccia di quel che è accaduto, di buono e di cattivo, di gioioso come di tragico, costituisce la prima mossa per la realizzazione di un dominio che più totale e pervasivo non si può.

La tabula rasa è il primo atto di qualsiasi progetto di conquista totalitaria. Se non hai metri di paragone il presente sarà sempre e comunque il tempo giusto, la situazione migliore possibile, perché l’unica. Di qui la necessità di una decostruzione e ricostruzione fittizia continua, incessante, che la tecnologia del terzo millennio lascia pensare al lettore di oggi possa facilmente diventare un’operazione ancor più rapida ed efficace di quanto si potesse già immaginare nel 1948, quando Orwell terminava il suo romanzo. Essere “normali” e “restauratori”: ecco i due più gravi reati perseguiti ad Oblindia, ed è ovvio il motivo. In entrambi i casi si conservano o si manifesta il desiderio di conservare feconde tracce del passato. La natura, tanto quella umana quanto l’ambiente, devono subire l’azzeramento necessario ad un inizio interamente nuovo. L’homunculus dell’alchimia neototalitaria prevede un habitat altrettanto artificioso e malleabile. In questo caso è addirittura liquefatto e sterile.

A fianco della quotidiana opera di cancellazione, l’ideologia di un umanesimo spinto oltre ogni misura è la leva che ha divelto il mondo dai cardini e lo ha precipitato in quell’abisso informe che è lo spazio-tempo allucinato e allucinante di Oblindia.

«E tutto era iniziato da intenzioni positive», scrive Andorno, facendo eco alla celeberrima e assai risalente sentenza – pare addirittura attribuibile a san Bernardo, stante quanto afferma san Francesco di Sales nelle sue Lettere spirituali – secondo cui «l’inferno è pieno di buone intenzioni e proponimenti», o altrimenti, nella versione a noi più nota, che la sua strada è sempre lastricata di buone intenzioni. L’escalation di eventi catastrofici che si susseguono vorticosamente nella fase preparatoria l’instaurarsi del regime di Oblindia scaturisce infatti da una volontà di «porre fine ai conflitti sanguinari e alla distruzione selvaggia dell’ecosistema del Pianeta Terra Uno».

Rispetto al modello orwelliano, la distopia di Andorno non può non tener conto dei settant’anni trascorsi in Occidente ed ecco che fattori diversi come l’ingegneria genetica, la rivoluzione sessuale e il culto della trasgressione, il piacere concepito solo come eccesso e stordimento, l’inquinamento da iper-industrializzazione e i conseguenti cambiamenti climatici, l’intelligenza artificiale e la robotica sono giunti ad un punto tale da rovesciare il positivo in negativo, il progresso in regresso, la libertà in schiavitù, l’aspirante sovrumano in un desolante e annichilente subumano. Sconvolgente ed apocalittico lo scenario che si spalanca davanti al lettore di questa distopia del XXI secolo, che, nel solco della migliore tradizione di questo genere di letteratura, mette in guardia e fa riflettere sui paradossi del razionalismo prometeico, su quella dialettica dell’illuminismo di cui scrissero Horkheimer e Adorno all’indomani della catastrofe della seconda guerra mondiale.

Il genere distopico ci ha regalato alcune tra le maggiori prove letterarie di un secolo, il Novecento, che ha conosciuto un lento declino della forma romanzo. Un genere che continua a regalarci qualche perla artistica grazie al cinema e alle serie televisive. Versa vino d’annata in otre nuovissimo. In ogni terra devastata da utopie rovesciate vale l’antico monito del corifeo all’inizio del terzo episodio dell’Agamennone di Eschilo: «Troppi fra gli uomini preferiscono il parere all’essere e soverchiano la giusta misura».

Oblindia è anche la minacciata figlia futura di questa nostra contemporanea tracotanza a più livelli, della mancanza o perdita di quella virtù a cui Agamennone fa riferimento nel dialogo con Clitemnestra: «La moderazione è dei celesti il dono più grande. Felice è da reputare solamente colui che felicemente compì la sua vita. Se in tutto io opero come si deve, posso non temere la fortuna». Al contrario, noi abitanti del terzo millennio dobbiamo temerla.

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