Un libro sotto l’ombrellone: Dante raccontato da Indro

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Nel 1993 Montanelli scrisse una biografia del Sommo Poeta, suo conterraneo

Ci sono due modi per uccidere un classico. Il primo è non leggerlo. Il secondo, assai più raffinato, è celebrarlo. Dante Alighieri conosce bene entrambe le forme dell’oblio. Da una parte gli italiani che lo ricordano soltanto per qualche terzina imparata tra i banchi di scuola; dall’altra gli studiosi che, nel tentativo di custodirlo, finiscono per sequestrarlo. Tra questi due estremi si inserisce il piccolo, prezioso Dante Alighieri ovvero Durante di Alighiero degli Alighieri, ripubblicato dopo la prima edizione del ’93 da De Piante Editore: un libro nel quale Indro Montanelli fa ciò che gli riusciva meglio: raccontare la storia come se fosse cronaca e i grandi uomini come se fossero ancora vivi.

Montanelli non aveva il culto delle reliquie. Diffidava degli altari, anche quando erano costruiti con ottime intenzioni. Così il Sommo Poeta (cui Montanelli aveva già dedicato Dante e il suo secolo molti anni prima) perde subito la polvere dei secoli e riacquista il cattivo carattere che gli appartiene. È permaloso, irascibile, orgoglioso, politicamente fazioso, incapace di perdonare. In altre parole, è vivo. Come gli uomini della sua Commedia, che credono di avere sempre ragione, di incarnare il Bene e la Verità. Cambiano le insegne dei partiti ma non cambia il teatro umano. Del resto, il principe dei giornalisti aveva passato la vita tra guerre, dittature, elezioni, redazioni, processi della storia e processi mediatici. Nato a Fucecchio nel 1909, inviato speciale in mezzo mondo, fondatore de Il Giornale, protagonista del Novecento, aveva sviluppato un raro talento: riconoscere il carattere degli uomini prima ancora delle loro idee. Per questo il suo Dante non è un filologo, ma un cronista dell’animo umano. Raccontato, tra l’altro, alla Montanelli, il quale possedeva una virtù oggi quasi sospetta: la chiarezza.

Scriveva come se il lettore fosse intelligente, non specialista. È una differenza sottile ma decisiva. «La semplicità è la cosa più difficile del mondo», ricordava Italo Calvino. E la semplicità di Montanelli (quella “sobrietà stilistica e sostanziale” di cui parla il cardinal Gianfranco Ravasi nella prefazione) era quella dei professionisti: sembrava naturale perché era frutto di una disciplina ferrea. Naturalmente qualche accademico potrebbe trovare il libro troppo superficiale, troppo narrativo, persino troppo spiritoso. Ma Montanelli non aspirava a sostituire i commentatori della Commedia; voleva soltanto convincere gli italiani che Dante meritava di essere letto e non semplicemente venerato. La venerazione immobilizza, la lettura rimette tutto in movimento. Jorge Luis Borges, che di Dante fu uno dei lettori più innamorati del Novecento, confessava di tornare continuamente al grande fiorentino perché ogni rilettura era una scoperta diversa.

Ecco, è precisamente questo il risultato del libro di Montanelli: far venire voglia di rileggere Dante, non il manuale su Dante. Nell’epoca delle semplificazioni digitali e delle indignazioni a gettone, questo piccolo volume giunge quasi come una provocazione. Ricorda che la cultura non consiste nell’accumulare note a piè di pagina, ma nel saper raccontare il mondo. E che i classici, quando incontrano un grande narratore, cessano di essere reperti archeologici e tornano a fare ciò per cui sono nati: parlare agli uomini. Forse è questo il modo migliore per definire il Dante di Montanelli. Non un saggio, non una biografia, nemmeno una lezione di letteratura. Piuttosto una conversazione tra un grande giornalista e il più grande poeta italiano. Il bello è che, ascoltandola, viene spontaneo sedersi al tavolo con loro.

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