Era morto in ospedale, con una gamba amputata. La febbre per la cancrena lo divorava e lui invece si scusava per non poter tornare a combattere coi bersaglieri al Gianicolo. Mentre spirava, dopo aver ricevuto i sacramenti, Goffredo Mameli cantava inni patriottici.
Oggi, 176 anni dopo, c’è qualcuno che se ne esce contestando le parole scritte d’impeto da quel giovanotto genovese. “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta…”. “È un testo non inclusivo”. Non inclusivo… forse doveva essere “Fratelli, sorelle e figl* unic* d’Italia, l’Italia s’è desta”. Certo, ne risentiva un po’ la metrica… E a usare gli asterischi, nel 1848, si finiva con una bella camiciona piena di cinghie a far bagni freddi in un sanatorio.
Ma c’è poco da scherzare. Mameli è morto combattendo per difendere Roma, la repubblica e l’ultima fiammella di libertà italiana dall’assedio delle potenze europee, francesi e austriaci. Assieme a lui Luciano Manara, coi suoi bersaglieri. E poi Angelo Masina ed Emilio Morosini e anche una donna Colomba Antonietti, la nostra Lady Oscar, che si era travestita da uomo per combattere accanto al suo amato.
Anche chi non cadde in quella tarda primavera sotto le mura di Roma, perse tanto: Ciceruacchio, col figlio tredicenne, fuggito verso nord e raggiunto dalla soldataglia austriaca che non ebbe remore a sparare anche su un bambino e su un prete, Stefano Ramorino. E Giuseppe Garibaldi, che ramingo nelle paludi di Comacchio perse l’amatissima Anita, incinta di quattro mesi.
Ho citato i più famosi, ne ho scordati tanti, tantissimi. Eroi, idealisti, patrioti che andarono incontro alla morte cantando spesso e volentieri quell’inno “poco inclusivo” che infiammava i loro cuori di amore per l’Italia e la libertà.
Ma poi, un inno nazionale deve essere per forza “inclusivo”? Premesso che il nostro non ha certo bisogno d’esserlo, poiché è già un inno alla libertà e all’identità del nostro popolo: per quale motivo dovrebbe essere “inclusivo”? “Il Canto degli Italiani”, per esempio, non parla degli attori. Dovrei sentirmi escluso perché la categoria di cui faccio parte non è citata nei suoi versi?
La realtà ce l’hanno insegnata Mameli e gli altri eroi e martiri della Repubblica Romana e di tutto il Risorgimento: non è la nazione che deve includere i nostri ego spropositati e tirannici. Siamo noi che dobbiamo fare un passo indietro, esattamente come si fa un passo indietro quando si ama un’altra persona e si è disposti a dar tutto per essa. Se si ama qualcuno non si pretende da esso, si dà e basta. Mameli, Manara, Colomba e Anita, e tutti gli altri eroi non hanno chiesto nulla per loro. Hanno messo da parte il loro egoismo, si sono giocati tutto per una cosa più grande di tutti loro: l’Italia e la libertà, binomio inscindibile. Nella piccolezza della nostra povera contemporaneità stiamo invece qui a lamentarci che nell’inno del nostro paese non è citata la nostra categoria umana di bandiera. Se la meritano quest’Italia questi figli del vuoto pneumatico? Quest’Italia l’hanno costruito con la propria vita quei ventenni loro coetanei di cui non hanno nemmeno speso un minuto per cercarli su Wikipedia. Troppo presi dalla loro finta inclusività.



















Anni fa, prima di una manifestazione sportiva, Alba Parietti – massima incarnazione della cultura (?) di sinistra di questi tempi – lo definì “inno fascista”, senza timore che le cascasse la lingua.