«L’unico consiglio che mi sento di dare è questo: combattete per quello in cui credete. Perderete – come le ho perse io – tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincere: quella che s’ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio. Se vi ci potete guardare senza arrossire, allora accontentatevi».
Questa è la massima che Indro Montanelli amava ripetere ai suoi giovani redattori e questa è la linea che ha seguito sempre nel suo lavoro di giornalista.
A 25 anni dalla sua scomparsa dedichiamo questo numero di CulturaIdentità alla firma più importante del giornalismo italiano del ‘900 che, dal Fascismo fino alla discesa in campo di Silvio Berlusconi, ha saputo raccontare meglio di chiunque altro quasi un secolo di storia d’Italia.
Montanelli con la sua penna ha tirato fendenti, per tutta la vita, senza inutili intellettualismi consapevole che il suo unico punto di riferimento erano i suoi lettori. «Scrivete come parlate. Siate chiari. E non temete di dare fastidio» era la sua Bibbia.
Del resto il carattere glielo aveva già indicato il padre chiamandolo all’anagrafe Indro Schizogene. Indro si richiamava a Indra, divinità indiana, signore del tuono e dei fulmini. Schizogene, colui che separa, letteralmente «seminatore di zizzania». Insomma il destino del figlio era segnato!
Nasce nel 1909, l’anno in cui Marinetti lancia il Futurismo, a Fucecchio a metà strada tra Firenze e Pisa, terra a cui rimane legato soprattutto per quella toscanità fumantina che caratterizzerà la sua carriera. Nel piccolo borgo toscano oggi sua nipote Letizia Moizzi tiene viva la sua memoria con La Fondazione Montanelli Bassi. È un viaggio nella sua stanza, tra i tasti della mitica Lettera 22, la macchina da scrivere che si è fatta identità stessa di Indro. Un oggetto che è diventato parte della sua figura, il suo physique du rôle, oggi invece ci sono gli iphone come prolungamento dei corpi degli inviati. Sull’immagine più iconica del fondatore de Il Giornale, si sono costruite statue per ricordarlo ed onorarlo. Come a Milano tra l’Arco della Pace e piazza Cavour dove sorgono i giardini pubblici a lui dedicati e dove la sua statua negli anni scorsi è stata imbrattata. La cancel culture fortunatamente Indro Schizogene non l’ha vissuta ma l’avrebbe spernacchiata come solo lui sapeva fare. Nello stesso modo affrontò la violenza dei salotti radical chic del ’68, e i cattivi maestri leninisti-maoisti che poi spinsero le Brigate Rosse a gambizzarlo negli Anni di Piombo.
Nella sua lunga carriera di reporter sui più importanti teatri di guerra del secolo scorso, c’è una macchia però, un racconto che fa ancora parlare e che cerchiamo di spiegare nelle prossime pagine: quello del presunto matrimonio con una ragazzina eritrea. Montanelli, anni dopo, tirerà fuori questa storia piena di contraddizioni con fatti e accadimenti che non trovano riscontro nella realtà.
Probabilmente s’inventò tutto. Insomma una narrazione personale non richiesta che gli si ritorcerà contro anche dopo la morte con l’imbrattamento della sua statua e l’accusa infamante di stupro.
Montanelli ha fatto sempre discutere, ha diviso l’opinione pubblica come spesso accade a chi è stato un protagonista del proprio tempo. Ma resta un grande giornalista, un intellettuale dalla battuta sferzante, sempre contro, che alla fine ci ha lasciato una lezione semplice e attualissima: la libertà non è un’opinione, è una missione, e va difesa, sempre e ad ogni costo.


















