Sabato 5 settembre, nella cornice del Forum TEHA di Cernobbio a Villa d’Este, Mario Monti e Roberto Vannacci sono stati chiamati a confrontarsi in un panel dedicato al «progetto europeo tra integrazione e sovranità», mettendo faccia a faccia due visioni profondamente diverse dell’Unione Europea.
Sul tavolo c’erano, dunque, alcune tesi politiche sulle quali sarebbe stato interessante assistere a un confronto vero. Sovranità nazionale, funzionamento dell’UE, principio dell’unanimità, declino industriale, guerra in Ucraina, rapporti di forza tra gli Stati. Argomenti sui quali si può essere d’accordo o meno con Vannacci e sui quali un ex Presidente del Consiglio ed ex Commissario Europeo avrebbe certamente molto da dire.
Monti ha preferito però imboccare una strada ormai familiare nel dibattito pubblico italiano, ovvero quella di evocare il Ventennio.
«Combatterò fino all’ultima mia energia il suo tentativo di ricostruzione della retorica del fascismo», ha dichiarato Monti rivolgendosi al leader di Futuro Nazionale. Ha poi aggiunto di non vedere in Vannacci «la ricostituzione del Partito Fascista», accusandolo però di recuperarne la narrativa e lo spirito.
Ed eccoci ancora una volta al fascismo. Quando gli argomenti scarseggiano, una parte della politica italiana torna puntualmente a rifugiarsi nello stesso repertorio della democrazia minacciata. Un’accusa che finisce per prendere il posto della discussione sulle idee e che consente di liquidare l’avversario senza affrontare fino in fondo ciò che sostiene.
Si poteva entrare nel merito delle posizioni espresse da Vannacci, confrontarsi con esse e, eventualmente, provare a confutarle. Monti, in evidente difficoltà, ha deciso spostare il confronto su tutt’altro terreno.
Da anni, infatti, una parte del dibattito politico italiano sembra incapace di confrontarsi con determinate posizioni senza cercare immediatamente una parentela, più o meno lontana, con il Ventennio. Basta parlare di sovranità nazionale perché risuoni il nazionalismo fascista, criticare l’attuale costruzione europea perché riaffiori lo spettro degli anni Trenta o insistere sull’interesse nazionale perché si cominci a cercare il confine oltre il quale dovrebbe nascondersi l’autoritarismo.
È un meccanismo comodo, perché permette di sottrarsi alla domanda più difficile: quelle idee sono giuste o sbagliate?
Vannacci sostiene che l’UE abbia imboccato una strada dannosa per l’industria, che l’unanimità tuteli gli Stati dal predominio dei più forti e che serva un’Europa nella quale le sovranità nazionali abbiano maggiore peso. Erano queste le questioni sulle quali Monti avrebbe dovuto misurarsi.
Sarebbe stato interessante capire quale delle due visioni fosse in grado di reggere meglio alla prova dei fatti, ma a Cernobbio quella discussione è rimasta in secondo piano.
Il Generale, dal canto suo, ha respinto l’accostamento sostenendo che nel programma di Futuro Nazionale «non c’è nulla fuori dalla Costituzione» e definendo «ridicola» e «fantascientifica» l’ipotesi di una ricostituzione del partito fascista. Ha inoltre ricordato che proporre modifiche alla Costituzione rientra pienamente nella dialettica democratica.
L’evocazione continua del fascismo, tipica di una sinistra in difficoltà, finisce per impoverire il confronto. A più di ottant’anni dalla caduta del regime, trasformare ogni discussione in un processo alle intenzioni significa rinunciare troppo facilmente al terreno delle idee. E rischia persino di ottenere l’effetto opposto a quello desiderato: se tutto può essere ricondotto al fascismo, alla fine il fascismo rischia di non significare più nulla. Una categoria storico-politica precisa diventa un’etichetta buona per colpire l’avversario di turno.
Il punto, allora, riguarda il livello a cui è sceso il confronto politico. L’accusa di fascismo continua a funzionare come una scorciatoia ogni volta che dall’altra parte emerge un’idea diversa, poiché invece di rispondere alle domande poste, consente di mettere in discussione la legittimità stessa di chi le pone. Invece di contrapporre una visione a un’altra, si agita un pericolo, praticando quello stesso atteggiamento populista basato sulla paura che dicono di combattere. Il fascismo appartiene alla storia italiana e quella storia merita di essere conosciuta senza indulgenze. Trasformarlo in un passe-partout polemico da utilizzare contro chi mette in discussione determinati equilibri politici significa svuotarlo del suo significato e, soprattutto, rinunciare alla politica nel momento stesso in cui ce ne sarebbe più bisogno.
E’ un sistema che la sinistra ha provato usare anche con la Meloni e gli è andata male: ripetuta iuvant.


















