E sul woke la sinistra rincorre Vannacci

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Quando una forza politica sente il bisogno di annunciare il ritorno alla questione sociale, la domanda viene quasi spontanea: di cosa si è occupata fino a quel momento? È la contraddizione che accompagna l’improvvisa autocritica sul woke di una parte del centrosinistra italiano. Dopo anni trascorsi a perdere consenso nelle fasce popolari, diversi esponenti progressisti riconoscono oggi gli eccessi delle battaglie identitarie e chiedono di riportare l’attenzione sui problemi quotidiani degli elettori.

Anche questa riflessione arriva dagli Stati Uniti.

A dare il via alla discussione è stata Alexandria Ocasio-Cortez, esponente dell’ala socialista dei Democratici americani e uno dei simboli della sinistra cresciuta negli anni di Black Lives Matter. Durante un’intervista ad ABC ha ripreso con approvazione una battuta del consigliere socialista di New York Chi Ossé: «Woke 1 was crazy».

Le parole di Ocasio-Cortez segnano una presa di distanza dagli eccessi della stagione apertasi intorno al 2020, quando entrarono nel dibattito americano posizioni come il «defund the police» e acquisì peso una cultura politica fondata sulle categorie identitarie. Oggi una parte della sinistra statunitense sposta l’attenzione verso le condizioni economiche della classe lavoratrice e il costo della vita.

Il segnale è stato raccolto subito in Italia, con una rapidità che rende difficile ignorare la contraddizione. Per anni una parte del progressismo italiano ha importato dagli Stati Uniti linguaggi e battaglie legate al woke, salvo scoprire oggi i loro eccessi proprio quando la sinistra americana comincia a prenderne le distanze. Dopo aver seguito quel modello nella sua ascesa, adesso rischia di seguirlo anche nella ritirata.

La contraddizione italiana emerge soprattutto oggi. Le stesse battaglie che per anni sono state presentate come espressione di avanzamento culturale vengono improvvisamente sottoposte a revisione, mentre tornano parole come lavoro, disuguaglianze e potere d’acquisto. Il problema sta proprio in questo ritorno: la necessità di riscoprire la questione sociale certifica quanto una parte del centrosinistra se ne fosse allontanata. E l’impulso per riconoscerlo, ancora una volta, arriva da oltreoceano.

Giuseppe Conte è stato il primo a raccogliere il nuovo corso. Su Repubblica ha denunciato le degenerazioni della cultura woke e ha chiesto alla sinistra di tornare alle «radici materiali delle diseguaglianze». Matteo Renzi ha seguito una linea simile, richiamando questione sociale, potere d’acquisto e vita quotidiana

Nel Partito Democratico Alessandro Alfieri ha riconosciuto che «sugli eccessi della cultura woke Conte ha ragione» e, interrogato sulle conseguenze politiche di quella stagione, ha pronunciato una frase ancora più significativa: «A Vannacci hanno creato terreno fertile». Dario Nardella ha definito il woke un «sintomo» della sconfitta della sinistra, mentre Angelo Bonelli ha difeso il peso delle battaglie sui diritti. In poche dichiarazioni c’è già tutto: l’ammissione degli eccessi, il tentativo di cambiare priorità e una nuova divisione nel campo largo.

Ed è proprio qui che il confronto con Roberto Vannacci acquista interesse.

Dal successo de Il mondo al contrario alla nascita di Futuro Nazionale, il generale ha fatto della critica al politicamente corretto uno dei tratti più riconoscibili del proprio discorso. Woke, cancel culture e linguaggio inclusivo compaiono da tempo nelle sue polemiche contro una cultura progressista accusata di aver ristretto lo spazio delle opinioni ammesse e di essersi allontanata dalle preoccupazioni di una parte della popolazione.

Con Futuro Nazionale questa impostazione è entrata nei documenti del partito. Lo Statuto inserisce tra i principi fondamentali la lotta contro «ideologia gender, ideologia woke, cancel culture». Il passaggio successivo è arrivato con la Base Ideologica e Programmatica, la BIP, che possiamo più semplicemente definire il programma politico con cui Futuro Nazionale guarda all’Italia del 2027-2037.

Il 24 agosto sono state pubblicate insieme la prima e la seconda parte del programma, pari a circa cento pagine e a due terzi dell’intero progetto. L’orizzonte dichiarato è quello di due legislature. È un documento che consente di osservare con maggiore precisione come la battaglia culturale di Vannacci stia assumendo una forma politica organizzata.

Il woke compare esplicitamente nel programma. Nel capitolo dedicato all’Europa, Futuro Nazionale accusa Bruxelles e Strasburgo di aver tradito i valori storici dei popoli europei attraverso quella che definisce «la cultura del relativismo woke». Il giudizio viene inserito in una critica più ampia all’attuale costruzione europea e alla progressiva cessione di sovranità politica e culturale.

La scelta delle parole conta. Il woke viene interpretato come parte di un cambiamento che avrebbe inciso sul modo di concepire identità, famiglia, linguaggio e rapporto tra libertà individuale e norme sociali. È una lettura che appartiene da tempo al discorso di Vannacci e che nel programma trova una collocazione precisa.

Lo stesso vale per il politicamente corretto. Futuro Nazionale lega la propria battaglia culturale alla libertà d’espressione e alla contestazione degli strumenti che considera utilizzabili per limitare le opinioni dissenzienti. Nel programma questa impostazione attraversa il capitolo sulla giustizia e arriva fino alla proposta di intervenire sui reati d’opinione e sulle norme che, secondo il partito, consentono forme di censura selettiva.

Il principio di fondo è sintetizzato dalla formula «le idee non si processano». Il messaggio è coerente con quello che Vannacci sostiene da anni: il confronto politico deve poter includere posizioni estranee al perimetro culturale dominante senza trasformare automaticamente il dissenso in una questione da reprimere.

Il programma sviluppa la stessa impostazione anche nel capitolo dedicato ai «valori non negoziabili», dove vengono affrontati demografia, vita, famiglia e identità cristiana. È la parte nella quale la distanza dal progressismo contemporaneo emerge con maggiore chiarezza. Futuro Nazionale rivendica una concezione della famiglia legata alla differenza sessuale, critica le politiche di genere e attribuisce alle radici cristiane un ruolo pubblico nella definizione dell’identità italiana.

La differenza temporale diventa allora significativa. Vannacci ha costruito la propria ascesa anche attraverso la contestazione di quella cultura e oggi il suo partito tenta di inserire la stessa critica dentro un progetto più ampio. Il centrosinistra arriva alla discussione attraverso un’autocritica innescata ancora una volta dagli Stati Uniti.

Il programma del 24 agosto permette inoltre a Futuro Nazionale di uscire dalla dimensione prevalentemente personale che aveva caratterizzato la prima fase del fenomeno Vannacci. Le idee contenute nei libri, nei comizi e nelle interviste vengono ordinate in una piattaforma che ambisce a coprire due legislature e che dovrà essere completata con la terza parte.

Il confronto, a questo punto, parla da solo. Da una parte un centrosinistra che riconsidera una stagione politica dopo averne sperimentato le conseguenze elettorali; dall’altra Futuro Nazionale, che sulla critica al woke e al politicamente corretto ha costruito fin dall’inizio una parte della propria identità e oggi la inserisce in un programma di governo.

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