Mario Michele Merlino è andato avanti. Nato a Roma il 2 giugno 1944, è stato un attivista politico, scrittore, traduttore, insegnante e figura centrale della destra “alternativa” dagli anni ’70.
Militante nella destra radicale, si iscrisse nel 1962 al Movimento Sociale Italiano nella storica sezione di Colle Oppio, uscendone poco dopo per aderire al Centro Studi Ordine Nuovo di Pino Rauti, quindi nel 1965 entrò in Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie (di cui rimase amico per tutta la vita). Fu uno dei protagonisti degli scontri di Valle Giulia (1º marzo 1968) nei quali per un attimo sembrò che il movimento di protesta giovanile potesse diventare trasversale fra destra e sinistra.
Alla fine degli anni ’60 Merlino virò verso l’estrema sinistra: deluso dalla destra “borghese”, si fece crescere barba e capelli, frequentò ambienti cattolici e poi anarchici. Nel 1969 fu tra i fondatori del Circolo anarchico 22 marzo (ispirato al gruppo di Nanterre del Maggio francese), insieme a figure come Pietro Valpreda. In quel periodo tentò una saldatura fra l’anarchismo e l’idealismo di destra, ma venne fatto oggetto da parte di inquirenti e stampa di sinistra della macchina del fango per la strage di Piazza Fontana (accusa da cui venne assolto), insinuando falsamente che fosse stato un agente provocatore.
Dopo gli anni di piombo si laureò in filosofia, divenne insegnante di storia e filosofia al liceo scientifico “Francesco d’Assisi” di Centocelle (Roma). Educatore, conferenziere e scrittore, negli anni successivi si dedicò a scrittura, traduzioni (soprattutto autori francesi di destra come Robert Brasillach), conferenze, rappresentazioni teatrali (su Yukio Mishima, Ezra Pound, ecc.) e collaborazioni con ambienti della destra “non allineata” come l’associazione Raido e la Settimo Sigillo, storica casa editrice delle sue opere. Fra queste, Ritratti in piedi, (2001), Inquieto Novecento, con Rodolfo Sideri (2002), Strade d’Europa (2006); E venne Valle Giulia (2008).
Solare e scanzonato, fin dal suo aspetto così poco conforme a quello del “militante di destra”, è stato perfino definito un “figlio dei fiori in camicia nera”. Come educatore, fu molto amato dai suoi studenti, e molto meno dai colleghi. Le sue conferenze erano sempre strabocchevoli di pubblico, a testimonianza di un’intelligenza fuori dal comune, così capace di sperimentare e perfino contraddirsi nella ricerca di ciò che è giusto.
CulturaIdentità esprime le sue condoglianze al figlio Emanuele e alla famiglia.


















