Aprite i porti ma sparate al mio vicino: non c’è più né fiducia né nazione

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Aprite i porti ma sparate al mio vicino non c'è più fiducia né nazione

Fratelli d’Italia, l’Italia s’appresta, a chiudersi in casa e a perder la testa; dov’è la vittoria, la storica gloria, che non il vaccino, ma il sangue creò.

Da aprite i porti, a sparate al mio vicino. Delatori contro runner, vecchi contro giovani, sani di mente contro impazziti, statali contro partite Iva, furbi e fessi prezzoliniani. Buongiorno italiani, oggi è il 17 marzo 2021 e si festeggiano i 160 anni dalla creazione del Regno d’Italia. Benvenuti nella nuova, ennesima, guerra (in)civile.

Un anno fa abbiamo lucidamente compreso che smettiamo di esistere come nazione, men che meno come popolo, ma che ne manifestiamo gli stereotipi – credendo possa bastare per essere tale -, i baffineripizamandolino dai balconi festanti.

Abbiamo acquistato di gran furia il tricolore al negozietto cinese sotto casa a un euro e venti, per incarnare l’atto dimostrativo di un canto dalla loggia, abituati a non essere grati, evocando Ortega Y Gasset, a chi l’ha costruita la Civiltà – e lì c’è un popolo -, che però ci godiamo pienamente. Cento anni fa potevamo pure dire ai ragazzi del ‘99 di tornare al paese in Calabria a fare l’amore con le fidanzate, a questo punto. Anche loro cantavano e avevano un tricolore. “Li ho visti i ragazzi del ’99. Andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera. Cantavano ancora”, ci dirà Armando Diaz.

Un popolo per dirsi tale ha bisogno di un rito che ne rigenera l’essenza nel tempo, specie nell’epoca della negazione degli Stati come nazione e quindi come comunità legata dal destino e dal sangue. Quel rito, quasi sempre, ricorre nel dramma e nell’oppressione, nel tempo di guerra. Nel tempo di pace non esistono popoli, ma solo persone indaffarate o felici che rincorrono un tram e allattano figli; nel tempo di guerra, ogni virtù nazionale, se esiste, viene richiamata ad esistere e a confermarsi. Momenti fondativi della Patria che vanno rigenerati per riconoscersi ancora come tale. Da cittadini a coinquilini, oggi. Nessun destino che taglia il tempo pare più unire questa gente, non vi è più interesse, quindi, in una communitas, che richiama il dovere, il debito, il dare, ma in un individualismo di sopravvivenza, che ci rende spietati, delatori, colpevolizzatori: faremmo qualsiasi cosa per garantire le nostre necessità di sopravvivenza, venderemmo nostra madre all’offerente migliore, persino al più contraddittorio e irrazionale, che abbia Cinque Stelle nel propri cielo o che venga dal potentato dell’Unione Europea, persino che sia un pagliaccio assurto a leader. Aprite i porti ma sparate al mio vicino. Losco presente agambeniano di una massa fatta di unità abitative distanti ma unite nei nonluoghi della protesta inconcludente, dei social network, nella illusione della partecipazione e del potere globale. Sottolineatura orwelliana: piuttosto che finire ancora nella Stanza 101, prendete i miei tre figli, ammazzatemeli davanti. Farei, io, ego, qualsiasi cosa pur di non tornare la dentro.

A un certo punto di questa nostra storia, si è rotto qualcosa nel popolo italiano. Una frattura grezza che non si può riparare. Neanche l’oro più nobile può farlo. Si può organizzare una pacifica convivenza di servizio, orribile facciata riproposta in tema sportivo o voyeuristico, ma non si può più colmare la distanza. Fratelli contro fratelli, ormai. Non c’è più fiducia, non c’è più nazione, raramente si palesa, in tracce, rispetto. Meritiamo l’impotenza per assenza di sacrificio, per negazione di intelligenza, quella che sempre accompagna ciò che porta il nostro nome.

Italiano, che ormai è quantificazione, da nazione a definizione (geografica). In quel popolo italiano che tutto concede, da un fratello all’altro, in quel popolo così vile da rimbalzarsi articoli in faccia, inutili rigurgitini di bimbo, pronto a non sporcarsi più le mani per il tricolore italiano, per l’onorabilità della propria terra ma solo, EVENTUALMENTE, per il proprio egoismo, per difendere i contorni sfocati e grassi della propria persona. In questo il più grave atto metapandemico. E di questo nessuno parla. Forse perché abbiamo abdicato alle nostre responsabilità di popolo; forse perché ormai siamo abituati a non essere più da troppo tempo, nazione. Io ti amo, Italia, ma così, puttana struccata, non ti posso più vedere ridotta.

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Emanuele Ricucci
Emanuele Ricucci è nato a Roma il 23 aprile 1987. Lavora per la comunicazione di Vittorio Sgarbi, di cui è tra gli assistenti, ed è collaboratore per la comunicazione del Gruppo Misto Camera dei deputati (NI-U-C!-AC). Scrive di cultura per Libero Quotidiano, per Il Giornale e per il mensile CulturaIdentità. Ha scritto, tra gli altri, per Il Tempo e Candido, mensile di satira fondato nel 1945 da Giovannino Guareschi. È autore di satira ed è stato caporedattore de Il Giornale OFF, approfondimento culturale del sabato de Il Giornale e nello staff dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Ha studiato Scienze Politiche e scritto cinque libri: Diario del Ritorno (Eclettica, Massa 2014, con prefazione di Marcello Veneziani), Il coraggio di essere ultraitaliani. Manifesto per una orgogliosa difesa dell’identità nazionale (edito da Il Giornale, Milano 2016, scritto con Antonio Rapisarda e Guerino Nuccio Bovalino), La Satira è una cosa seria (edito da Il Giornale, Milano 2017) e Torniamo Uomini. Contro chi ci vuole schiavi, per tornare sovrani di noi stessi (edito da Il Giornale, Milano 2017). Questi ultimi prodotti e distribuiti in allegato con Il Giornale. Antico Futuro. Richiami dell’origine (Edizioni Solfanelli, Chieti, 2018, scritto con Vitaldo Conte e Dalmazio Frau) e, da ultimo, Contro la Folla. Il tempo degli uomini sovrani (con critica introduttiva di Vittorio Sgarbi). Dal 2015 scrive anche sul suo blog Contraerea su ilgiornale.it. È stato direttore culturale del Centro Studi Ricerca “Il Leone” di Viterbo ed è attualmente responsabile dell'Organizzazione Nazionale di CulturaIdentità

7 Commenti

  1. Dovremo dire che la spaccatura è tra i tutelati (dipendenti pubblici e pensionati) e il tessuto produttivo italiano fatto di piccole imprese che li mantiene.
    Guarda caso i primi, che non hanno idea dei rischi del lavoro autonomo, anzi bollano tutti questi ultimi come evasori, votano sempre a sinistra.
    Nè loro, nè i grandi industriali che detengono il 90% della ricchezza sono stati toccati dalla crisi, anzi, i primi ancor più nellafacenti, i secondi stanno acquistando le piccole aziende in fase di chiusura a causa del lockdown, ideona illegittima e incostituzionale fatta apposta per farli chiudere, non certo una misura sanitaria.

    • Non penso il problema sia solo di denaro e tutele, del resto nei periodi di crisi è inevitabile che ai dipendenti, finchè non licenziati (e nel pubblico è difficile), vada meglio – e il contrario accada nei momenti di espansione. A mio parere la spaccatura è ideologica – le posizioni ora sono così distanti che la convivenza e il rispetto reciproco sono difficili. Persino nel dopoguerra, fra comunisti ed ex fascisti, c’era tutta una idea di società condivisa che faceva da base, si discuteva del futuro. Ma la scarsa tolleranza verso i criminali, la necessità del lavoro, la tutela forte degli interessi nazionali, la famiglia, la cultura, le basi erano comuni. Che luoghi di incontro posso avere invece io, conservatore e tradizionalista, con chi scrive acab sui muri, vuole le frontiere spalancate, vuole cedere tutti i poteri all’europa, privilegia la tolleranza verso i nuovi a scapito dei vecchi, crede che ciò che uno vuole essere prevalga su ciò che è (gender), e mi tratta come un bambino fra chiusure e mascherine e vaccini senza lasciarmi spazio di decisione e di lavorare? Non ho assolutamente nulla in comune con chi la pensa così. Nulla. La convivenza è forzata, e finchè la forza è sufficiente rimane anche pacifica. Ma la linea di frattura è li, e nei momenti di crisi apparirà all’istante – è successo in passato, succederà di nuovo purtroppo.

  2. “… A un certo punto di questa nostra storia, si è rotto qualcosa nel popolo italiano. Una frattura grezza che non si può riparare. Neanche l’oro più nobile può farlo…”
    Si chiama “comunismo”!

  3. Tutto bello se una “nazione” italiana fosse mai esistita. Ma non è così e sarebbe ora di fare i conti con questo semplice fatto, traendone le dovute conclusioni.

  4. i nostri nonni hanno fatto l’italia
    si cantava- non passa lo straniero-e si moriva
    i politici di sinistra
    hanno dimenticato gli italiani,avanti stranieri potete sfrattare i nostri anziani
    entrando abusivamente nelle loro abitazioni,vi diamo il reddito di cittadinanza,e se tornate nel vostro paese vi mandiamo anche la pensione.
    è per questo che vi vogliamo ma ricordate il voto dovrà essere per noi
    LA SINISTRA

  5. “Buoni a nulla capaci di tutto”, scrisse Longanesi degli italiani. Persino di conferire nemmeno tre anni fa il 33 per cento nell’urna ad un comico ed oggi di metabolizzare zitti e buoni che d’imperio gli vengano tolti il diritto al lavoro ed al voto. Ma capaci pure di farsi “psicopoliziotti” nei confronti del dirimpettaio cui si abbassa di mezzo centimetro la mascherina.

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