Basta con lo sciacallaggio mediatico, si torni a un giornalismo sano

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Gli ordinamenti democratici occidentali riconoscono libertà di pensiero e opinione e riconoscono libertà di manifestazione del pensiero senza possibilità alcuna di ingerenza da parte delle autorità pubbliche o private. La nostra Costituzione e l’Europa sanciscono il diritto alla libertà di opinione e di espressione, alla libertà di ricevere e comunicare idee e informazioni.

In quest’ottica è intuitivo il sacro rispetto che si deve ai mezzi di comunicazione e al loro pluralismo come autentica e fondamentale garanzia della libertà dei popoli. Veicolare informazioni è un compito assai arduo e delicato ed è irrealistico pensare a media asettici nella comunicazione. Ogni volta che decidiamo cosa dire o non dire e ogni volta che scegliamo il semplice silenzio, stiamo in realtà interpretando le dinamiche sociali e gli eventi e stiamo orientando con la nostra coscienza la coscienza altrui. Possono mai i media, nell’esercizio delle loro funzioni, essere impermeabili all’influenza del potere? E può il potere funzionare e “convincere” senza i media? Ma la domanda che ormai buca quotidianamente come un tarlo ogni mente criticamente pensante è: “Conta ancora l’etica nell’informazione? Quanto vale la vita di un essere umano, la sua dignità, la sua credibilità di fronte al rincorrere la notizia? Convincere è sinonimo subdolo di costringere?”…….Qual è il prezzo del pezzo?

Quante volte abbiamo assistito e assistiamo a vite distrutte gratuitamente con un clik e impossibili da riabilitare, a speculazioni per interesse, a sciacallaggio mediatico alimentato dalla sete di sangue di un pubblico affamato di voyeurismo? E quante volte assistiamo alla santificazione di un personaggio per poi scoprirlo il giorno dopo come l’incarnazione di tutti i mali? La comunicazione come logica di mercato fariseo, l’allineamento di pensiero in virtù del politicamente corretto, la rincorsa dell’audience, la notizia come scoop a tutti costi e, spesso, con ogni mezzo, sviliscono una professione nobile, mortificano l’intelligenza di vite di studio assoggettate volenti o nolenti al dio denaro e all’ossequio del potere. La responsabilità è di chi compra o di chi vende?

L’amara verità è che la coscienza qualitativa della professione si sacrifica ad un meccanismo selvaggio di programmazione globalizzata in cui l’ indipendenza giornalistica è sempre più rara ma la strumentalizzazione delle idee e la pubblicità orientata regnano sovrane. A volte ho la sensazione sgradevole che ci sia un lucido disegno di ipnosi di massa volta ad appiattire e addormentare lo spirito critico della gente di fronte ai grandi temi scottanti e scomodi. Lo scenario politico e la pandemia ci stanno insegnando quanto siano bui questi tempi chiamati progresso, quanto sarebbe importante che al popolo fosse offerta verità e non un bombardamento di terrore, che ci sia oggetto di rispetto da parte dei mezzi di comunicazione di massa in quanto fondazione granitica dello Stato. L’ informazione non è licenza di uccidere, non è edulcorare notizie a piacimento proprio o altrui, informare vuol dire “dare forma” ed è un imperativo categorico a cui il giornalismo sano non dovrebbe mai sottrarsi.

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