Il calcio, metafora della nostra identità

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Qualche mese fa, su Netflix, è stata pubblicata un’interessante serie sulle origini del calcio in Inghilterra. Meglio ancora: “The English Game”, più che alla nascita del football in sé si è dedicata a quei cambiamenti pionieristici che hanno cambiato, totalmente, il volto dello sport più amato in Europa. E cioé, sull’aspetto tattico la nascita della cosiddetta Piramide di Cambridge che mise ordine in campo, dando un senso allo schieramento dei calciatori e, ancor più importante, la nascita del professionismo.

Inutile dire che la serie è stata un successo: l’ambientazione vittoriana, l’intreccio della trama e i temi trattati ne hanno garantito la diffusione e l’apprezzamento del pubblico. La vecchia Inghilterra tira, piace. E fa (anche) col calcio, soft-power e (al netto della tragedia economica del Covid) turismo.

Ma sarebbe possibile, anche in Italia, ipotizzare un “turismo” del pallone? A che punto è la cultura calcistica nel nostro Paese?

I musei sportivi si moltiplicano, spesso per iniziativa delle società che hanno imparato (proprio dall’Inghilterra…) che studiare la storia, le vicissitudini dei club rende i tifosi una comunità e, dunque, (molto) più fedeli e meno “occasionali” (almeno per le grandi squadre i cui bacini d’utenza sono strettamente dipendenti dai trofei vinti). Siamo ancora lontani, però, dai livelli d’Oltremanica.

Perché in Inghilterra il calcio ha saputo creare, praticamente dal nulla, delle autentiche mete turistiche che ogni anno sono visitate da migliaia di persone. Prendete Manchester: a chi verrebbe mai in mente di passare una giornata in una città industriale con pochissime attrattive? Ma solo a un appassionato di calcio legato al mito dell’Old Trafford, stregato dalle mattane di George Best e dai successi dei ragazzi del mitico Alex Ferguson. E che dire delle folle di turisti che frequentano i quartieri cockney, popolari e operai di Londra? Perché preferiscono, alla passeggiata a Notting Hill, una sortita a Boleyn Ground, anche se lì non gioca più nessuno? Facile la risposta, se sai chi era Bobby Moore e conosci la storia del West Ham…

La cultura calcistica italiana, negli ultimi anni, ha prodotto decine e decine di libri, di cortometraggi, di riviste. Sul web ma anche su carta. Di storia, di costume, di pallone “alto” che non si limita alla nostalgia (che di per sé non è un crimine, sia chiaro!) fine a se stessa. Hanno avuto il merito di riscoprire storie interessanti che ci parlano di noi, di chi eravamo e di chi siamo oggi. Il calcio, quale fenomeno sociale, è una metafora che ci racconta la nostra identità. Al di là degli snobismi.

Non solo Milano, Torino, Roma, Genova e Napoli. Chi ama il calcio dei pionieri potrebbe essere interessatissimo a farsi un giro tra Vercelli e Casale, una delle più antiche rivalità del football. Oppure ricostruire e ripercorrere la carriera e le gesta di Romeo Menti, uno talmente grande che ha stadi a lui intitolati in tutta Italia, da Nord a Sud, da Vicenza a Castellammare di Stabia. E poi i fenomeni di provincia nei clamorosi anni ’80, quando la Serie A divenne il campionato più bello del mondo. Ce ne sarebbe (come ce n’è) da scrivere, da studiare e da valorizzare. E chissà cosa si dirà, tra vent’anni, dell’Atalanta spaziale di Gasperini che tocca le vette sportive più alte della sua storia proprio nel momento più duro della sua città, Bergamo.

“The English Game” ha preso alcuni personaggi semi-dimenticati anche in Inghilterra e ne ha raccontato la storia, anche se lo ha fatto stravolgendone carattere e convinzioni autentiche indulgendo un po’ troppo ai buoni sentimenti in certe situazioni. In Italia ci sono centinaia di storie (e non solo scandali…) che aspettano solo di tornare a essere raccontate e, perchè no, rivissute e “visitate” così come ormai da qualche decennio succede in Inghilterra.  

2 Commenti

  1. Perché non esiste l’orgoglio Italiano nel valorizzare i nostri giovani?? Ormai sembra che nel solo fatto di avere un nome straniero, significhi che si tratta di un campione……

  2. Egr. dott. Vasso,
    le propongo di utilizzare a fini turistici anche: la mafia, l’andragheta ecc. specialità non solo italiane ma particolarmente presenti nell’immaginario collettivo del pianeta. In quanto all’attività professionistica del calcio, del ciclismo e di altre professioni non vedo come si possano definire sport, a meno che non si definisca sport il lavoro dei trapezisti del circo, delle ragazze della lap dance, ecc.

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