Contro l’omologazione di oggi necessario lo spirito di comunità

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Per Marco Rizzo, autore del testo “Identità resistente. Riflessioni filosofiche per un atteggiamento criticamente disposto”(Passaggio al Bosco), “comunità è identità”. Senza tale assunto ogni ragionamento di tipo politico o filosofico o morale è del tutto impossibile. L’identità è “un coagulo di significati simbolici”, è l’individuo e le sue circostanze, il soggetto singolo e il suo contesto, dalla famiglia alla nazione, all’umanità. È un patrimonio che affonda nella memoria, che si forgia nel “confronto dialettico” con l’altro. Per l’autore, omonimo del leader comunista, nessun cambiamento politico, estetico ed etico può nascere se non dall’affermazione di una identità, culturale, personale, collettiva. Una visione che, nel pamphlet, si articola su tre grandi temi: Politica, Etica ed Estetica. Una visione politica che riparte dalla comunità, dalla connessione tra interesse nazionale e personale. In una visione di patriottismo, che nulla ha a che fare col nazionalismo di corradiniana memoria, ma dove la nazione, il popolo, la comunità, diventano le ancore, le radici profonde che non gelano, parafrasando Tolkien, contro l’inverno rigido e crudele del mondo della tecnica e del mercato. Trasformando lo Stato da minimo garante di necessità finanziarie a istituzione popolare e nazionale che difenda gli interessi democratici dei cittadini. Cercando di trovare nel rispetto delle identità differenti, nel dialogo con l’altro, non lo “scontro tra civiltà di huntingtoniana memoria”, ma la risoluzione e l’integrazione delle identità differenti in un banchetto delle nazioni sorelle. Poiché è proprio dalla mancanza di identità e di tutela delle identità altrui, che nascono le grandi discriminazioni e gli scontri violenti tra popoli. Visione etica che si declina nella rottura con “la morale relativistica declinata in una visione materialistica”, ripartendo invece da una visione di rispetto del pluralismo dei modelli etici. Per Rizzo la vera deriva dell’uomo moderno sta nel considerarsi l’unico e l’ultimo. Di non curarsi dei suoi avi né di concepire i posteri, di vivere in un mondo in cui il soggetto è schiavo dei propri capricci. Che al modello della società alveare, che si sviluppa in maniera comunitaria per la produzione di un Bene durevole ed eterno, preferisce il Termitaio. Una società che si logora, si esaurisce fino al collasso, all’implosione. Contro tale visione l’autore propugna una arte che si distacchi dal culto del soggetto, dell’unico e ultimo uomo contemporanea. Accusando del fallimento dell’estetica della modernità il romanticismo. Un romanticismo maestro di deriva e sospetto, che inaugurando il secolo dell’individuo wanderer ha creato in nuce un culto solipsistico dell’uomo, opponendogli un ritorno ad un neoclassicismo rivisitato, capace di non essere vittima dei beni, ma alfiere del Bene. Una visione questa estetica che forse si scontra con la complessità di un mondo furioso e irrappresentabile come quello del 21° secolo. Che sta stretto e guarda con molta difficoltà ai disagi, soprattutto dati dal confronto con la tecnica e con la noosfera dei social. In compenso il lettore in “Identità resistente” potrà trovare molti spunti interessanti per guardare alla modernità, per confrontarsi con la società dell’ultimo uomo, con la necessità di un ritorno alla cultura e all’identità contro l’omologazione e lo smarrimento della global society.

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