Così la Disfida di Barletta riscattò gli italiani vessati dallo straniero

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Di Marcok di it.wikipedia - Opera propria, CC BY-SA 2.5, commons.wikimedia.org

Spesso il dibattito culturale sull’Italianità si è trovato diviso su quel che riguarda il periodo tardo medievale. Alcuni ritengono, a torto, che la visione di un’Italia organica e culturalmente unita fosse solamente un’idea postuma a quel periodo storico, un qualcosa nato probabilmente con il romanticismo sulla scia del sentimento di amor patrio che quella particolare avanguardia culturale aveva portato all’Europa.

Eppure, se scrutiamo tra le pagine della nostra storia patria possiamo osservare come i nostri predecessori avevano tentato anche prima il raggiungimento di una sorta di unità nazionale, spesso non istituzionale -complice il contesto geopolitico dell’epoca- ma quantomeno di sentimento. I tentativi furono molteplici, come le grandi Leghe Italiche, ma anche episodi più piccoli che seppur sulla carta meno significanti ebbero una portata inaspettata.

Questo articolo vuole appunto andare ad approfondire uno di questi particolari avvenimenti, che nella sua piccolezza fu determinante per il morale degli Italiani che proprio in quegli anni (1499-1504) subivano la guerra d’Italia dove due potenze straniere, Spagna e Francia, si scontravano per il predominio della nostra penisola.

La Disfida di Barletta fu uno scontro tenutosi il 13 febbraio 1503, nei pressi di Trani, al tempo possedimento Veneziano, fra tredici cavalieri italiani e tredici cavalieri francesi.

L’antefatto va analizzato nel contesto bellico dell’avanzata delle truppe francesi nella zona di Canosa di Puglia, ove a seguito di alcuni combattimenti di lieve portata diversi cavalieri francesi vennero catturati dalle forze italo-aragonesi.

L’etichetta cavalleresca, che si rifaceva ai dettami della fraternitas, impose l’invito a cena dei nobili cavalieri catturati. Il caso scoppiò quando, durante questa cena, il comandante francese Charles de Torgues tacciò i cavalieri italiani di codardia. L’onore Italico venne quindi offeso e l’onta poteva essere lavata, secondo i costumi dell’epoca, solamente tramite uno scontro.

La mobilitazione fu considerevole per l’epoca: Prospero e Fabrizio Colonna si occuparono di richiamare i più forti cavalieri e uomini d’arme di tutta la penisola. Tra questi vi era il celebre condottiero Ettore Fieramosca che avrebbe capitanato la squadra dei 13 cavalieri italiani, che prima dello scontro fecero giuramento di Vittoria o Morte di fronte l’effige della Madonna della Sfida, nella Cattedrale di Barletta.

Il giorno dello scontro i due schieramenti si fronteggiarono e la vittoria arrise al valore italiano. La compagine guidata dal Fieramosca vinse grazie a diversi stratagemmi che rimarcarono la superiorità tattica della cavalleria italiana rispetto alle disordinate cariche di quella francese (i francesi pagarono più volte nel corso di quei secoli la scarsa disciplina dalla loro cavalleria, come nella battaglia di Agincourt). Va anche detto che lo scontro fu molto duro, tanto da arrivare al combattimento corpo a corpo disarcionato.

La vittoria ebbe un risalto enorme in tutta la penisola e le conseguenze di un evento nel suo complesso così piccolo furono enormi sul morale degli Italiani. Celebrazioni si svolsero in tutto lo stivale: non solo l’onore degli Italiani vessati dal dominio straniero fu riscattato, ma gli occupanti francesi furono costretti a ridimensionare di molto le negative considerazioni sul valore militare italico, la cui pecca non stava nell’abilità e nel valore dei suoi uomini quanto nella mancanza di uno stato unitario e di istituzioni politico-militari stabili. L’esito positivo ebbe un risalto tale da essere citato per secoli come prova del valore marziale italiano.

Tra le opere ispirate al fatto storico non si può non citare il romanzo “Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta” del grande Massimo d’Azeglio. Il romanzo (1833) riuscì a sfuggire alla censura austriaca e divenne in seguito alla sua pubblicazione diffusissimo. Il suo messaggio patriottico e di orgoglio nazionale nutrì la nascente fiamma dell’indipendenza italiana, che riuscì a ritrovare una radice nei secoli passati.

Ma la diffusione mediatica dell’evento non si limitò solo al romanzo di d’Azeglio. Furono infatti girate nel secolo successivo diverse pellicole, la più importante fu quella dell’immenso Alessandro Blasetti, uno dei padri del moderno cinema italiano. In una delle scene finali del suo lungometraggio “Ettore Fieramosca” Prospero Colonna chiede al protagonista di spiegare il perché i cavalieri italiani si mostrassero in campo senza piume sugli elmi e bandati di nero. La risposta di Fieramosca, seppur contestualizzata in un’opera di intrattenimento e senza una reale fonte storica a testimoniarla fu però emblematica:” In segno di lutto per i nostri compagni caduti e del nostro popolo diviso”

Non avremo mai la certezza che il Fieramosca o un qualsiasi altro di quei tredici prodi pronunciò parole del genere, ma abbiamo la certezza che la nostra Italia non è solo “espressione geografica” ma un qualcosa di concreto, tangibile, un qualcosa che lega secoli e secoli di generazioni di uomini e donne che hanno lottato sentito e amato questa patria.

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