È un gioco da ragazzi trasformare la Storia in buoni e in cattivi

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A 63 anni Enrico Ruggeri è una delle leggende del pop musicale italiano: più volte disco d’oro e disco di platino nella sua carriera, Enrico è riuscito più volte a scalare le classifiche di vendite all’estero, anche grazie alla poliedricità degli stili musicali con cui si è cimentato. Apprezzato come conduttore radiofonico e televisivo, il grande pubblico lo sta conoscendo anche come scrittore, con il romanzo “Un gioco da ragazzi”, edito da La Nave di Teseo, che in queste settimane fa bella mostra di sé sugli scaffali di tutte le librerie italiane. Anche questa, però, non è una novità, ma una passione che viene da lontano.

Enrico, il tuo amore per la letteratura è radicato e praticato da tempo: ben otto romanzi pubblicati. Come nasce?

Nasce nel momento in cui comincio a sentire come troppo stretta, per le mie necessità espressive, la struttura dei brani musicali, che, pur essendo uno straordinario veicolo comunicativo, inevitabilmente hanno specifiche esigenze metriche, formali, ritmiche e di lunghezza. Così, verso la fine degli anni ’80, ho notato che alcune cose “mi rimanevano nella penna” e, per non perderle, ho cominciato a scrivere racconti. Poi nel 2000 ho fatto un esperimento.

Cioè?

Ho fatto pervenire alla Feltrinelli una raccolta di racconti, senza far sapere di esserne l’autore. Volevo vedere la reazione per capire se avevo la stoffa. Piacquero e la casa editrice decise di pubblicarli con il titolo “Piccoli mostri”. Da quel momento ho preso coraggio e non ho più smesso.

Le attività di cantautore e di scrittore sono contraddittorie o complementari?

Spero complementari. Certo io sono innanzitutto un musicista, è il mio “primo mestiere” e, tra l’altro, si tratta di una professione che gratifica enormemente il mio ego: sali sul palco, la gente di applaude, l’adrenalina va a mille… Eppure, col tempo, devo ammettere che scrivere libri mi piace ogni giorno di più…

Nella tua produzione letteraria sei eclettico come in quella musicale?

Bella domanda. In effetti mi sono cimentato con generi diversi: ho scritto due gialli, vari racconti, ora un romanzo con taglio storico. E’ che sono un tipo curioso e mi piace sperimentare.

A parte le due opere pubblicate quest’anno, qual è il tuo romanzo al quale sei più legato?

Probabilmente “Non si può morire la notte di Natale”. Fu una buona intuizione: è la storia di un attore famoso, pieno di contraddizioni, che viene sparato la notte di Natale, ma sopravvive. Gli inquirenti pensano subito a un tentativo di suicidio. Quando lui si risveglia in ospedale, per gli effetti del colpo di pistola, è impossibilitato a parlare, ma sa perfettamente di essere vittima di un tentato omicidio, anche se non sa ad opera di chi. E siccome le ultime ore prima dello sparo le ha trascorse con i suoi affetti, per il protagonista l’individuazione del colpevole diventa anche un dramma esistenziale e l’occasione per fare i conti con la sua vita.

E arriviamo al 2020: ben due opere pubblicate in un anno!

Beh, una breve e una lunga: in fondo parliamo di meno di 600 pagine. In realtà “Il professore nano” è uno scritto di occasione, sollecitato dall’editore per presentarlo alla Milanesiana. La mia testa, invece, era già all’ultimo romanzo, “Un gioco da ragazzi”, che ha richiesto uno studio approfondito. Devo dire che, da questo punto di vista, il lockdown mi ha favorito: in condizioni normali mi sarebbe stato impossibile dedicare a questo lavoro cinque ore al giorno. Invece così in tre mesi ho chiuso il romanzo.

Un’opera impegnativa e decisamente poco ortodossa…

E’ una storia in cui non ci sono “i buoni” e “i cattivi” come avviene normalmente nei telefilm americani. Questo perchè la vita reale è piena di sfumature e io volevo aderire il più possibile alla realtà, anche storica…

Siamo in pieni anni di piombo…

Sì. I protagonisti sono due fratelli, educati allo stesso modo, con lo stesso forte sentimento di giustizia impartitogli dalla famiglia e che, tuttavia, finiscono per fare scelte politiche diametralmente opposte. Il primo, Mario, diventa un extraparlamentare di sinistra: animato dal desiderio di difendere i più deboli e i più poveri, finirà per prendere una deriva estremista. L’altro, Vincenzo, frequenta il Liceo Classico, uno di quei licei milanesi che io conosco bene, in cui lo studio della filosofia finisce con Kant, perché Nietzsche e Schopenhauer sono sconvenienti, mentre la professoressa di lettere censura accuratamente D’Annunzio e i Futuristi. Anche Vincenzo riconosce in tutto questo una forma di sopruso e sceglie la militanza a destra. Si tratta, potenzialmente, di due personaggi positivi, i quali, però, un po’ a causa delle cattive compagnie, un po’ perché trascinati dagli eventi e dall’atmosfera del periodo storico, verranno travolti dagli eventi.

Questo numero di CulturaIdentità è dedicato a Dante Alighieri. E’ un autore che ami?

Dante, come il Manzoni o in generale i classici, è uno di quegli autori che quando li studi a scuola percepisci come nemici che ti impediscono di andare a giocare a pallone o di uscire con gli amici. Come tanti altri italiani, anche io li ho riscoperti dopo, finalmente libero dagli obblighi didattici.

In fondo il Sommo Poeta era un tipo politicamente scorretto e, come racconta la nostra copertina, molto “rock”. Sei d’accordo?

Sì. Anzi penso che se Dante fosse vissuto negli anni ’70 sarebbe stato un’autentica rockstar, avrebbe prodotto un concept album e sarebbe diventato una leggenda. Ai nostri tempi, invece, non l’avrebbero nemmeno pubblicato, perché sembra che ormai non ci sia più tempo per meditare. Per avere successo avrebbe dovuto convertire la sua vena poetica, imparando a twittare a raffica 140 caratteri su qualunque argomento possibile, senza approfondire nulla. Ma forse non si sarebbe piegato alla dittatura dei social…

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