Dai cialtroni mainstream ai giallisti radical chic il falò dei vanitosi di Davide Brullo

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Un colpo di grazia, un gioco di prestigio. Tra il lancio di un pacco di coriandoli e quello di una molotov. È l’a nuova opera di Davide Brullo, scrittore, poeta e giornalista, che seguendo le orme di Papini e di Takeshi Kitano, scrive un’opera paragonabile ad un letterario “giorno del giudizio”: “Stroncature”(Gog edizioni). Attraverso una raccolta di mirabili critiche, Brullo mette alla berlina la società letteraria italiana. Fatta più “di grandi premi che grandi libri”. Mischiando acidità ed ironia, in una prova letteraria che rimanda alla tradizione vociana di primo novecento, al genio funambolico del primo Papini. Riesumando un genere che ha visto il suo apice nella belle epoque e che sembra scandaloso in epoca di buonismo letterario. Tali pagine, “colme di puro talento”(C. Cavalleri) riescono a sottolineare i limiti e i vizi della nostra scena letteraria. Che scambia la soap opera con il romanzo storico, l’opuscolo politico col “romanzo impegnato”, la sciatteria con il realismo, la banalità per acume. Attraverso un piccolo catalogo di idoli domestici che vengono capovolti per mostrarne le meschinità e piaggerie. Dai ministri della cultura in pectore, ai papi laici indegni dei precedenti pontefici culturali. Alla cialtroneria spicciola dei drammi mainstream, ai venerandi giallisti che fanno la versione radical chic del maresciallo Rocca, insufficienti rispetto agli originali per la mancanza di veri detective. Ma Brullo non usa perifrasi, alla maniera di Bepi Conte fa i nomi e i cognomi, svolgendo una operazione degna del “the enemy” di Wyndham Lewis. Utilizzando un genere che è ben diverso dalla critica letteraria.

Più vicino alla perfomance teatrale, allo sberleffo plateale, alla stand up culturale. Brullo divertendo il lettore massacrando i suoi cadaveri eccellenti riesce a puntare l’attenzione su alcune problematiche culturali troppo sottovalutate. Analizzando la sudditanza della letteratura agli strandard di mercato, alla riproposizione nauseabonda del noto. Dell’impoverimento del linguaggio che usa l’inglese più per pasticcio espressionista, alla Fenoglio, per posa da terza pagina di Cosmopolitan. Un linguaggio povero e banalizzato, da traduzione automatica. Un linguaggio che non è più popolare ma popular. Una letteratura di mercato, da bestseller senza grandi vendite. Temi che l’autore espone nelle varie stroncature, mostrando la confusione sulla posizione dello scrittore, che ora pretende di fare lo storico, il sociologo, il politicante, ma mai riesce a confrontarsi in maniera piena sui temi del nostro tempo. Da scrittore appunto, alla maniera di Pasolini o Moravia. Tra le pagine corrosive di “stroncature” il lettore vedrà una prova riuscita di analisi e di divertimento. Venendo rapito da quelle demolizioni letterarie che faranno sorgere un fascino magnetico per questi testi assediati, ben maggiore di quello suscitato da tonnellate di recensioni elogiative ed apologetiche. Perché in fondo Brullo nel suo falò dei vanitosi, non nega a tali autori una classe o delle capacità, ma ne mostra il lato zoppicante e mediocre. Contro tutte le mistificazioni della pubblicità. Soprattutto contro se stesso. In una mirabile autostroncatura, forse la più crudele ed inclemente. Riuscendo però fare ottime pagine di cinico divertimento. Parafrasando il motto pascaliano: “burlarsi della letteratura è veramente fare letteratura.

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