Davide Brullo: “La stroncatura è un gioco serissimo a fare la guerra”

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Poeta, romanziere, giornalista. Voce critica della coscienza letteraria, capace di puntare il dito sulle storture di una certa supponenza editoriale. Coniugando la produzione poetica a quella di raffinato critico letterario. Davide Brullo, direttore de L’intellettuale Dissidente e penna de Il Giornale continua ad essere controcorrente. Lo fa tirando un plateale sberleffo alla cultura egemone, ai suoi premi e alle sue imposture in “StroncatureGog edizioni. Contro tutti “gli impotenti delle lettere” parafrasando Quadrelli, ma soprattutto contro se stesso. Penna acida e divertente che ha collaborato al nuovo numero di CulturaIdentità. Pubblicando sul nostro mensile un articolo su Dante Alighieri e la sua opera. Parlando della poetica dell’inesprimibile, che dal paradiso arriva fino ai giorni nostri. Raccontando un Dante che non ha contemporanei e per questo sempre valido.

Brullo che cosa rende così attuale Dante?
Dante è attuale da quando è nato. È l’unico poeta che ci porta a fare un viaggio dentro noi stessi, partendo dagli inferi, dal cuore di tenebra. Che in ogni terzina ha la disciplina di un monaco e la potenza di un verbo che squarcia mondi inesplorati. L’attualità di Dante che si fonda sulla sua inattualità.

Nel suo ultimo articolo su CulturaIdentità ha parlato dell’ultima evoluzione della poesia dantesca. Secondo lei, ci sono degli eredi di Dante nel novecento?
Abbiamo degli ipotetici eredi. Eredi, si fa per dire, perché tutti i grandi realizzano e concludono un mondo estetico e morale nella propria opera, in altre tradizioni. Faccio due esempi giganteschi, il Thomas Eliot dei Quattro Quartetti e il Pound di quel poema enciclopedico e micidiale che sono i Cantos. Anche in ambito francese con Saint- John Perse che in Esilio e Anabasi tocca delle vette dantesche. Proprio a questo poeta fu commissionato il discorso per i 700 anni dalla nascita.

In questo periodo la cultura italiana sembra rinvigorita da questa “Dante’s renaissance”. Ma quale è secondo lei lo stato della cultura italiana degli ultimi anni?
Devo invece contrastare questo assioma della rinascita di Dante, credo invece che il 2021 sia l’anno di Orwell. Non c’é editore che non abbia rivisto o riproposto 1984 a discapito dell’opera di Dante. Questo dimostra la vigliacca deficienza dell’editoria italiana.

Nella sua opera “Stroncature” (Gog) ha messo alla berlina la società letteraria italiana. Di essa quali sono i suoi principali limiti e gli eventuali pregi?
L’unico pregio è che la letteratura si svolge indipendentemente dal mondo dei letterati come un fuoco sotterraneo. Appunto che i grandi poeti e scrittori vanno cercati nel sottosuolo e nel sottoscala della letteratura. Dove non ci sono i riflettori, ma la riflessione. Il difetto è che siamo un paese di sciovinisti che credono nei premi e non nei libri e che chi sia in cima alle classifiche sia il grande scrittore del momento. Quando invece in letteratura, la quantità ha poco a che fare con la qualità.

Nel libro lei scrive una poetica introduzione sull’arte della stroncatura. Ma che cos’è per lei quest’arte?
E’ un gioco, un gioco serissimo a fare la guerra. Una capriola in mezzo alla piazza della letteratura. Un colpo di teatro. Poiché la stroncatura ha in sé la dignità formale dell’opera d’arte. Deve essere più divertente che intelligente, impeccabile formalmente, un piccolo cammeo, un’icona. Ben diversa però dalla critica letteraria che gioca su un altro campo.

Ci sono state per lei stroncature più divertenti di altre?
In sé la stroncatura è il gioco di Davide contro Golia. Penso a quelle ad Eugenio Scalfari, a Corrado Augias a Scurati. Perché oltre a stroncare un libro si stronca un idolo, una piccola divinità della letteratura italiana

Nell’appendice in cui svolge la sua autostroncatura lei fa alcuni paragoni ad altri fenomeni intellettuali. Se Baricco nel libro fa la posa di Malraux, a chi la fa Davide Brullo?
Posto che farei volentieri la posa a Malraux, devo dire che un maestro, poco tradotto, è certamente Wyndham Lewis. Devo dire che sogno di fondare come Lewis una rivista chiamata Il Nemico. Una specie di apocalittico sberleffo alla cultura del suo tempo, in cui il grande genio ammazza se stesso per poter risorgere.

La principale critica che viene fatta alla sua opera è che essa è un atto solamente distruttivo in cui non si propone nulla di alternativo. Alla cultura egemone che alternativa valida esiste?
La stroncatura come forma d’arte è un giorno del giudizio. Poiché la grande eversione è nel gesto, lunare e lunatico, del poeta. Che nel nostro paese viene coltivato lontano da editori e riflettori.

Lei ha parlato del meglio del peggio della letteratura italiana. Che titoli consiglia per guarire il lettore “rovinato dalle buone pessime letture”?
Andare più in biblioteca che in libreria. Tra i libri dimenticati e sepolti, oltre i transatlantici dell’editoria che si ostinano a ripubblicare il noto dimenticando grandi maestri nascosti. Scoprendo autori come Gianruggero Manzoni, Francesca Ferragnoli. Figure monastiche che abitano la disciplina del verbo. Facendo riscoprire i Lewis al posto dei notissimi Orwell.

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