Un adulto che sa parlare anche ai più piccoli

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Nelle immortali terzine della Commedia si nasconde un fanciullo. Non l’erudito dell’Età di mezzo al cui genio dobbiamo l’entelechia dell’opera-mondo che sedusse Tolkien e Carroll, e nemmeno il Dante fenomeno pop di certe riletture anodine alla Dan Brown, ma il malinconico figlio di Bella degli Abati, una madre persa troppo presto (e che pure, secondo la leggenda aurea del Trattatello di Boccaccio, fece in tempo a presagirne in una visione simbolica la gloria futura) e di Alighiero di Bellincione, indaffarato e probabilmente anaffettivo uomo d’affari che il poeta non sentirà mai il bisogno di citare nemmeno una volta nelle sue opere, preferendo rifarsi alla remota paternità genealogica dell’avo Cacciaguida oppure a quella intellettuale ed affettiva del mentore Virgilio. “Il bambino è il costruttore dell’uomo”, sentenziava saggiamente Maria Montessori osservando i suoi allievi; e proprio con i dolori, i bisogni, gli entusiasmi e la fantasia di quel Dante bambino approdato alle disillusioni della maturità senza abdicare alla forza vivificante dell’infanzia, sono lastricate le vie di uno dei capolavori più universali e stratificati mai concepiti dall’arte umana. Bene fa dunque il divulgatore e docente Gianni Vacchelli a ricordarcelo nel suo breve ma denso saggio Dante e i bambini (Lemma Press, Bergamo 2019, pp. 94, euro 9,50). La Commedia dantesca – questa la tesi del volume – è anche una fiaba, anzi una super-fiaba, perché come le migliori prove di questo genere antichissimo essa propone insegnamenti universali: non solo perché attecchisce in ogni luogo del mondo ma anche perché, anche se non tutti se ne rendono conto, ha le carte in regola per parlare ai più piccoli altrettanto bene che agli adulti. Davvero?, ci si chiederà. Incontro possibile, quello tra un’ipotetica platea imberbe e l’Everest della nostra letteratura, testo fondativo che l’italiano arcaico e intarsiato di allegorie – ma soprattutto certi approcci scolastici decisamente poco empatici – ci hanno abituato a considerare “roba da grandi”? La risposta è senz’altro affermativa, a patto ovviamente di non leggere ai bambini l’opera così com’è, ma di distillarne il senso ed i passaggi salienti della trama in breve narrazioni condite di mimiche facciali, onomatopee, gestualità espressiva, piccole tecniche di storytelling spicciolo: insomma, l’intero prontuario tradizionale dei migliori racconti della buonanotte. Un’operazione per la quale il volumetto fornisce consigli preziosi pratici a genitori e insegnanti, suggerendo loro come sfruttare al meglio, nel loro ruolo di cantastorie improvvisati, i molti elementi favolosi già presenti in nuce nel tessuto connettivo di un’opera dalla personalità unica, e che secondo Mario Luzi “non si rilegge mai, si legge sempre per la prima volta”. Creature mostruose, meraviglia e senso del pericolo, le grandi paure universali che ci rendono tutti più piccini, le prove che maturano e purificano, l’amicizia e gli affetti che sostengono nel faticoso cammino verso la meta finale: la corona regale che attende ogni eroe alla fine della fiaba, metafora della piena consapevolezza e signoria di sé. Dante è davvero, come scriveva Umberto Saba, la sintesi di due nature in una: un puer senex, bambino e adulto insieme, laddove “il piccolo Dante trasale, grida, si illumina di gioia, trema di collera e di (simulato) spavento, si esalta, si esibisce, si umilia per civetteria, si erge alle stelle. E contro a lui, unito a lui, Dante; Dante uomo intero, marito, padre, guerriero, uomo di parte, esule infelice e glorioso; Dante con tutte le tremende passioni dei suoi tempi e dell’età matura”. Strascico di quella sua primigenia voce infantile è anche la delicata partecipazione con cui l’esploratore dei regni ultraterreni semina nella Commedia figure di madri radianti d’amore – ad esempio quella citata nel XXXIII canto dell’Inferno (vv. 37-39), che di fronte alle fiamme di un incendio “prende il figlio e fugge e non s’arresta / avendo più di lui che di sé cura” – oppure di teneri pargoletti, come quello a cui allude Oderisi da Gubbio nell’XI canto del Purgatorio, che gattonando tra i lemmi della lingua natìa dolcemente storpia la parola “pane” in “pappo” e “denaro” in “dindi”. Immagini di incorrotta purezza dietro alle quali si percepisce la sottile nostalgia di Dante per la perduta stagione dell’innocenza umana, e che quasi sempre vengono evocate in funzione per così dire analogica, a simboleggiare i sentimenti più alti. Come il “fantolin che ‘nver’ la mamma / tende le braccia, poi che ‘l latte prese”, gesto atemporale e dolcissimo che diviene metafora di quello dei Beati che levano le braccia verso Maria (Paradiso XXXIII, vv. 121-123), o del rapporto ineffabile che lega lo stesso Dante a Beatrice, suo sostegno nei percorsi superni del suo mistico itinerario: “Oppresso di stupore, a la mia guida / mi volsi, come parvol che ricorre / sempre colà dove più si confida” (Paradiso XXII, vv.1-3). Un bambino è un bambino, sembra sussurrarci Dante: un mistero, un sogno, una promessa, nel Medioevo come oggi, e come in ogni altra epoca.

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