Dal Liceo di Aristotele alla DAD, ecco la fine della scuola

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a scuola di Aristotele, di Gustav Adolph Spangenberg

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Negli ultimi due anni, dal nascere della pandemia sino ai nostri giorni, tra i tanti settori sofferenti di questa situazione v’è fuor d’ogni dubbio l’istituzione della scuola. Al netto di ogni decreto che l’attuale situazione emergenziale ha permesso, senza addentrarci sull’irrazionalità della stragrande maggioranza degli stessi, inevitabilmente gli effetti sono ricaduti sulla scuola e, di rimando, sui nostri ragazzi. Dai banchi a rotelle (ora finiti nelle discariche o nei magazzini dei plessi scolastici), alla famigerata didattica a distanza fino all’imposizione del green pass a personale scolastico e ragazzini (dove non si sono placati i contagi), senza tralasciare le sospensioni in atto in seguito all’obbligo vaccinale imposto ai docenti (circa 50 mila cattedre vacanti secondo Orizzontescuola) e i metodi di tracciamento con circolari ministeriali al limite dell’incomprensibile, la scuola intesa nella sua accezione più nobile è giunta al suo culmine del degrado ultimo che la società egualitaria, progressista e democratista ha imposto. È in atto un accentuarsi burocratico che oramai travalica la pedagogia. Possiamo in altri termini affermare che la scuola si è meccanizzata sottomettendosi alle linee guida di circolari che ogni giorno vengono imposte ad un personale scolastico sfinito e sfruttato fino al midollo (tra i più sottopagati secondo gli standard europei).

I nostri antenati che formarono la civiltà occidentale sin dai tempi dalla Grecia, ci hanno insegnato (e così si è retto fino a pochi decenni fa il sistema pedagogico occidentale), che la pedagogia è espressione della filosofia e dunque ogni filosofo è pedagogo. Prima della rivoluzione filosofica con Cartesio, la filosofia prevalente era quello del realismo: l’uomo si misurava con la natura e ad essere subordinato ad essa usando la razionalità e i sensi. Platone e Aristotele fondavano la loro conoscenza sull’essere, e da questo speculavano in maniera scientifica ogni aspetto della vita sociale, politica e spirituale che riguardasse l’uomo. Non a caso le quattro grandi scuole occidentali furono l’Accademia, il Liceo, la Stoa e il Giardino. Checché ci possa essere più ammirazione per l’una o per l’altra, queste scuole non erano certamente dell’obbligo e, su base volontaria, vi si aderiva allo studio e alla speculazione delle varie correnti. Eppure, senza burocrazia, lim, mascherine e quant’altro l’eredità che queste scuole ci hanno lasciato ha un valore inestimabile. La filosofia romana, con Cicerone e Seneca, ancora oggi è oggetto di ammirazione e studio. Poi arrivò il Cristianesimo con gli apologeti e i Padri della Chiesa, il cui il loro sapere, subordinato alla Rivelazione, perfezionò i più alti frutti che la ragione umana ha saputo produrre prima dell’avvento di Cristo (“Sacro Furto”, come dirà sant’Agostino). Fino ad arrivare alla rinascita Carolingia, l’istituzione delle università medievali e i gesuiti, dove la pedagogia trovò i suoi più alti frutti della mente umana, fino a quando la Rivoluzione Francese imporrà, sulla base del sistema egualitario citato poc’anzi, la scuola dell’obbligo.

Si badi bene, le contingenze storiche sono in continua evoluzione, e il presente scritto non vuole assolutamente criticare e deturpare l’importanza della scuola d’obbligo, che, sicuramente, ha dato i suoi frutti.

Come mai, nell’era in cui la scuola è dell’obbligo e pullulano i laureati, oltre ad avere a portata di mano l’accesso ad ogni tipo di informazione, vi siano risultati pessimi da un punto di vista didattico e culturale?

Innanzitutto, occorre precisare che fino a non molto tempo fa l’essere umano ha saputo produrre una infinità di opere letterarie, filosofiche e giuridiche che sono patrimonio dell’umanità, soprattutto in Italia. Eppure non c’era la scuola dell’obbligo, anzi. La cultura era accessibile a tutti: pensiamo al monaco che nel suo scriptorium trascrive con infinita pazienza Orazio, Seneca, Aristotele, Virgilio e via dicendo; pensiamo a un contadino del X secolo che per il suo valore in battaglia a servizio del suo signore, per il coraggio dimostrato, diviene cavaliere ed ha accesso ad un tipo di educazione che poi darà vita all’amor cortese, tanto per fare un esempio; oppure ad un ragazzo appartenente ad una classe media o nobile che decide di andare a studiare diritto a Bologna, filosofia a Parigi, fino ad avere un precettore – gesuita – che con la sua formazione decennale trasmette alle nuove proli il sapere. Persino Giacomo Casanova, mito appropriato erroneamente da parte di una certa vulgata ideologica -solo perché non conosce la sua storia-, nelle sue celebre memorie, nella prima metà del XVIII, secolo racconta la sua prima esperienza scolastica su volere della nonna – di classe media – presso un ecclesiastico a Padova, assieme ad altri bambini. Esperienza a cui sarà sempre riconoscente perché cominciò ad imparare principalmente il latino e la filosofia. Questo esempio lo si può estendere ad intere generazioni del passato.

La formazione, prima dell’affermarsi degli stati nazionali ottocenteschi (che vanno di pari passo con la crisi filosofica post moderna di matrice soggettivistica ed esistenzialista) permetteva di avere una visione a 360 gradi della cultura: oggi, vi sono milioni di specializzazioni e nessuna visione. Vi è di più: è in atto una guerra subdola e feroce alla cultura. Eppure, quelle opere umanistiche rappresentano un patrimonio straordinario, che pone le basi della nostra Civiltà: la “cultura animi”, pilastro di una verticalità che ha guidato i nostri popoli per millenni. Molte città d’arte italiane, governate dalla sinistra, promuovono politiche ideologiche in antitesi con i valori della nostra Tradizione ma al tempo stesso ne sfruttano lo stesso patrimonio per le politiche turistiche. Viva la coerenza.

E in questo scenario si colloca anche la scuola, che dovrebbe essere espressione di cultura e trasmissione del sapere, in realtà non è altro che un cumolo di burocrazia i cui danni si ripercuotono inesorabilmente e ineluttabilmente verso i nostri giovani.

Nelle settimane scorse ho letto il libro, edito La Nave di Teseo “Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza”, di Luca Ricolfi e Paola Mastrocola.

Il libro, per chi ha a cuore la cultura e la scuola – anche se questi due temi coincidono per chi ha una determinata visione di vita – è vivamente consigliato.

Il titolo può trarre in inganno: a mio avviso si accenna solo fugacemente al deterioramento culturale che l’ideologia progressista -di matrice gnostica e illuministica- ha permeato l’istituzione scolastica. Gli autori assimilano termini come progresso e democrazia, soffermandosi più su quest’ultima accezione che sulla cultura dominante incentrata sul concetto di Edoné anziché su quello del sacrificio.

In ogni caso, è comunque un ottimo trattato statistico e attuale dove afferma come il concetto di democratismo, inteso nella sua accezione metafisica e ideologica e non politologica, sia la rovina della scuola pubblica.

Questo stato di cose attuali la cui origine risale con la riforma del 1962, per poi avanzare inesorabile dal famigerato ’68 fino alla riforma Berlinguer e Gelmini, ricade inesorabilmente sui ragazzi e il loro apprendimento.

Il risultato che ne consegue è che più si include, più si esclude. Perché? E si ritorna a quanto esposto da me poc’anzi: senza sacrificio, nulla si ottiene: se si regalano voti, non si boccia e ci si sottomette ai genitori “peluche”, il ragazzo è rovinato nel lungo termine. Riecheggia la profezia di Platone nel suo ottavo libro de La Repubblica, che descrive i tratti tipici di una società arrivata al capolinea: “Inoltre, mio caro, l’anarchia penetra anche nelle case private (…). Ad esempio un padre si abitua a diventare simile al figlio e a temere i propri figli, il figlio diventa simile al padre e pur di essere libero non ha né rispetto né timore dei genitori; «In effetti accade questo», disse.«E accadono altri piccoli inconvenienti dello stesso tipo: in una tale situazione un maestro ha paura degli allievi e li lusinga, gli allievi dal canto loro fanno poco conto sia dei maestri sia dei pedagoghi.”. Queste cose accadevano prima dell’attuale pandemia e, quest’ultima, causa la complicità di certi governanti, ha affossato definitivamente la scuola e la cultura formando i ragazzi come mere fogli burocratici in balia della scienza, oltre al fatto di considerare i propri insegnanti non come custodi e trasmettitori del sapere, bensì come semplici subordinati che devono obbedire in silenzio.

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