Due Presidenti? Due elezioni. La nostra proposta di riforma costituzionale

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“Così de botto senza senso” è presumibile sia stata la reazione di molti elettori di fronte all’esplosione del dibattito politico e mediatico a proposito delle riforme istituzionali. Discussione promossa dal Governo. A ben guardare però, non così “di botto” e non così “senza senso”. La coalizione di centro destra aveva infatti inserito “l’elezione diretta del presidente della repubblica” a pagina tre del suo programma elettorale. Quanto al “senso”, i numeri possono chiarire il perché di una riforma che ha visto succedersi 68 governi in quasi 77 anni di storia repubblicana. Un anno e meno di tre mesi in media di vita per ogni esecutivo. Poco per dare forza ed efficacia all’azione di governo. Percepirsi instabili è già di per sé instabilità. Anche se magari, quel governo, dovesse durare molto di più. Quanto al fatto di promuovere la discussione ad appena otto mesi “dopo il” voto piuttosto che “dal” risponde ad una logica più che comprensibile. Queste riforme andrebbero meditate e ponderate dato che produrranno effetti nel futuro. La debolezza del percorso, tuttavia, sta nel fatto che la scrittura o riscrittura di una Costituzione ha il suo naturale momento di realizzazione subito dopo la fine di eventi drammatici come, ad esempio, un conflitto che segna drammaticamente la vita di una comunità. Solo in quel caso è probabile che tutte o quasi le forze politiche siano ben disposte a riscrivere di comune accordo le regole del gioco. Approvarle con una maggioranza risicata induce invece a pensare che anche chi venga dopo abbia diritto a riscrivere la carta a suo piacimento. Un eterno ed inconcludente dibattito costituzionale, insomma. A questo si aggiunga, infine, che tutti i tentativi di riformare la Costituzione, niente affatto la più bella del mondo, l’hanno di fatto peggiorata. Dall’autonomia differenziata al pareggio di bilancio; dalla riduzione del numero dei parlamentari alla riforma “gretina” approvata nella scorsa legislatura a tutela delle “biodiversità”. Altro non è quest’ultimo che un tentativo di ulteriormente imbrigliare e condizionare in senso dirigistico la vita del Paese. Ma tant’è, di riforme adesso si parla. E tanto vale per pochi minuti immergersi nel dibattito dando qualche consiglio al Presidente del Consiglio che, dal canto suo, sa ovviamente e senz’altro sbagliare da sola senza di noi. Partiamo da una premessa di fondo.

L’Italia non è più -se non sulla carta- una repubblica parlamentare. Camera e Senato non sono più da tempo il centro dell’azione politica del Paese. E questo per tre motivi: (1) tre quarti dell’azione legislativa altro non sono che il recepimento di direttive e regolamenti che arrivano dall’Europa. Peraltro, sempre più folli. E questo difetto è purtroppo irrisolvibile nel breve termine anche con riforme costituzionali ben orchestrate; (2) Palazzo Chigi è di fatto la vera centrale legislativa del Paese dal momento che è da lì che partono tutte le leggi sotto forma di decreti che poi dovranno, entro sessanta giorni, essere approvati magari con qualche modifica-da Camera e Senato; (3) a questo si aggiunga, infine, che il ruolo del Presidente della Repubblica è da tempo cambiato. Non più arbitro ma giocatore in campo. Capace di influire sul corso della legislatura. Tutt’altro che un notaio. E se Giorgia Meloni vuole, come ha detto, promuovere la riscrittura della carta per adeguarla ad una “democrazia matura” e quindi restituire “sovranità” agli italiani è da qui che deve partire. Se i motori sono due, Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica, entrambi hanno da essere eletti direttamente alle urne. Non ragionevole, a nostro avviso, l’idea di eleggere solo il Premier come ventilato da alcuni autorevoli esponenti di governo e dell’opposizione.

Un equilibrio che possa consentire l’elezione diretta dei due presidenti, senza svilire ma anzi ridare dignità perduta al Parlamento, c’è. Proviamo a spiegare come. L’inquilino di Palazzo Chigi dovrebbe essere eletto, di regola, ogni cinque anni in elezioni disciplinate da una legge che conferisca un premio di maggioranza alle forze che lo sostengono. Principio quest’ultimo da sancire sulla Costituzione. Qualcuno potrebbe giustamente ventilare la possibilità che sia il Premier -nuovo sindaco d’Italia, espressione orribile ma efficace- a controllare il Parlamento e non viceversa come oggi. Sarebbe sufficiente in tal senso prevedere che non si dia corso in automatico a nuove elezioni in caso di dimissioni del Primo Ministro ed evitando che quest’ultimo possa mettere la fiducia su determinanti provvedimenti pena la caduta del governo. Qualora però il Premier si dimettesse anzitempo, il Parlamento potrebbe come oggi poter dare ( e se del caso ritirare) la fiducia ad un nuovo primo ministro esattamente indicato dal Capo dello Stato secondo la prassi attualmente vigente. La possibilità di ricatto del futuro Primo Ministro nei confronti del Parlamento (tipo: se non approvi il decreto che ho fatto mi dimetto e si torna al voto) sarebbe notevolmente ridotta. Ma anche il Presidente della Repubblica potrebbe -anzi dovrebbe- essere direttamente scelto dagli elettori e non -come oggi- a scrutinio segreto del Parlamento. Quest’ultimo potrebbe però mantenere il potere di scegliere i candidati replicando un’elezione a scrutinio segreto come avviene oggi e quindi consentendo ai candidati che superano un dato numero di voti di poter poi concorrere in un’elezione diretta a suffragio universale del Presidente della repubblica. Si potrebbe altresì consentire di partecipare al voto pure chi riesce a raccogliere un numero congruo e non simbolico di firme fra gli elettori anche se non scelto dal Parlamento. Modi per ridare centralità all’elettore, come visto, ci sono. Perché non pensarci?

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