È ora che l’Italia s’interessi di come l’Ue gestisce la cultura

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Quasi nessuno conosce cosa sia e cosa faccia “Europeana”, invece, noi italiani dovremmo saperlo considerato il fatto che deteniamo il maggior patrimonio culturale europeo e, probabilmente, mondiale visto che alcune stime parlano del 65% di esso. Perché?
Perché Europeana si occupa di digitalizzazione, di sostenere il settore dei beni culturali di tutta Europa nella sua trasformazione digitale.
Progetto nato su richiesta del Presidente della Repubblica francese Chirac e dei Primi Ministri tedesco, spagnolo, italiano, polacco e ungherese che chiedevano all’allora Presidente della Commissione europea Barroso – siamo ad aprile 2005 – la creazione di una biblioteca digitale europea che rendesse il patrimonio culturale europeo accessibile a tutti.
Tale richiesta costituiva anche una reazione al progetto di Google (Google Libri che, sotto il nome di Google Print, era stato annunciato alla Buchmesse di Francoforte nel 2004), progetto di biblioteca universale che avesse il fine di digitalizzare tutti i libri del mondo ma, sempre in tema di cultura in digitale, c’era già stata la nascita nel 2001 di Wikipedia, oggi tra i dieci siti più visitati al mondo e Wikimedia nata nel 2003 e che oggi conta oltre 82 milioni di file multimediali.
Ora, che ragione di esistere ha, una Fondazione che si occupa della digitalizzazione del patrimonio culturale europeo in Olanda e non in Italia che è il Paese col patrimonio culturale europeo più cospicuo? Nessuna.
O forse la ragione è nel fatto che l’Olanda fa parte dei Paesi protestanti mentre l’Italia di quelli cattolici? Sì d’accordo nessuno ormai pensa a cose del genere ma, in realtà, la forma mentis è diversa e gli interessi sono identificati in modo diverso, così come lo stesso concetto di “bellezza”. La loro forma mentis è diversa e, generalmente, predatoria perché individualista oltre misura, al limite, e a volte anche oltre, del “mors tua vita mea”. Ancora in questi giorni, a ricordarcelo è il Partito Unionista Protestante in Irlanda che non digerisce e non vuole rassegnarsi al fatto che l’Irlanda del Sud faccia ancora parte dell’Unione europea.

L’Italia ha il più vasto patrimonio culturale, artistico e architettonico del mondo. Anche se volessimo limitarci ai soli beni immobili, esso consiste in circa 6mila siti archeologici, 85mila Chiese storiche e più di 40mila edifici tutelati. Ogni 100 chilometri quadrati sono presenti oltre 33 beni protetti e, il 18% del territorio nazionale (più di 55mila Kmq) è tutelato da vincoli centrali. L’Italia è anche il Paese che detiene il maggior numero di siti inclusi nella World Heritage List dell’Unesco: sono 58 quelli riconosciuti «patrimonio dell’umanità».
A guardare Europeana, invece, sembra di stare dentro una biblioteca digitale degli USA, magari a testimonianza di uno di quegli Stati dove ogni tre per due la polizia trova un motivo, in genere futile, per uccidere un cittadino nero. Perché?
Perché ciò che mette in evidenza e al primo posto, tra i suoi “prezzi pregiati”, è la “Black History”. Lo fa persino nella richiesta d’iscrizione al loro bollettino, modulo che non è affatto nelle lingue ufficiali dell’Unione ma esclusivamente in inglese.

Però, però, però… benché la Gran Bretagna sia uscita ufficialmente dall’Ue il 31 gennaio 2020, non c’è niente che colleghi e riguardi la peggiore nazione negriera d’Europa. Quella che a fine ‘800 vantava il totale degli schiavi neri trasportati negli Stati Uniti dalle loro navi in 38 mila unità, contro le 20.000 francesi, 4.000 olandesi, 10.000 portoghesi e 2.000 danesi; argomento che ho trattato nel mio articolo “Ehi, Banksy, Gibilterra è Inglese!”.
Ma non c’è nulla nemmeno d’inerente il genocidio nero perpetrato dai belgi in Congo nella persona di Leopoldo II. In questo caso si parla di cifre che vanno dai 10 ai 25 milioni di africani morti, di migliaia di mutilati della mano perché non riuscivano ad assicurare il raccolto di gomma stabilito giornalmente, di donne che venivano sistematicamente stuprate e vendute come oggetti di piacere, altrimenti il loro destino era quello di mettere al mondo nuovi figli per alimentare le fila di lavoratori-schiavi. Si parla di allevamenti intensivi di schiavi, in cui le donne venivano stuprate e costrette a partorire bambini destinati a diventare schiavi. Schiavi che avrebbero iniziato a lavorare nei campi di gomma, o come servitori nelle residenze private appena ne avessero avuto la capacità fisica. Si parla di schiavi bambini di 5 o 6 anni al massimo, e di bambine stuprate alla prima mestruazione come spiega il documentario di History ma, anche di questo, non c’è una sola immagine né un accenno in Europeana e nella sua “Black History”.

Certo è che l’olandese Europeana, regolarmente finanziata dall’Unione europea, è un totale fallimento con anche grossolane mistificazioni come quella di essere multilingue: basta osservare in questo video come traduca solo alcune parti mentre i titoli e le didascalie rimangono nelle lingue originarie o in inglese, mentre basta indicare a Google traduttore di tradurre la pagina ed essa viene tradotta in tutta la sua interezza in italiano, comprensiva dei titoli delle immagini.

In considerazione di questa discriminazione linguistico-culturale di Europeana verso tutte le lingue che non siano l’inglese, è il caso di accennare brevemente e chiaramente come stanno le cose secondo Democrazia e Diritto europeo dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Ebbene l’inglese non è più tra le lingue ufficiali europee e il Consiglio dell’Ue avrebbe dovuto già da tempo ratificarne l’uscita così è stato fatto per lo Stato in rappresentanza del quale era entrata. Nonostante la diversità linguistico-culturale e il multilinguismo siano dei pilastri dell’UE e, la discriminazione su base linguistica, esplicitamente vietata dall’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, ciò non è accaduto e non accade perché, sostiene il Consiglio dell’UE, l’inglese è anche la lingua di Malta e Irlanda. Però né Irlanda né Malta hanno richiesto l’inglese, lasciando rispettivamente irlandese e maltese come loro lingue ufficiali. Il Consiglio invece si sostituisce agli Stati arbitrariamente e illegalmente per giustificarne la permanenza uscito l’unico Stato che ne aveva fatta richiesta.
Come stiano le cose è chiarito dal Regolamento 1/1958 che stabilisce il regime linguistico europeo e che, all’Art. 8, prescrive: “Per quanto concerne gli Stati membri in cui esistono più lingue ufficiali, l’uso della lingua sarà determinato, a richiesta dello Stato interessato, secondo le regole generali risultanti dalla legislazione di tale Stato.”
Però, pur nel quadro illegale proposto dal Consiglio e attuato dalla Commissione, l’inglese è addirittura la diciassettesima lingua dell’UE dopo lo slovaccoii. Storicamente imposta dal colonizzatore britannico a irlandesi/maltesi e, ora, grazie alla connivenza con stati esteri ed esterni di Consiglio e Commissione europea (e le strutture da essa legate e/o create come, anche, Europeana che ha come unica lingua di lavoro l’inglese) contrariamente a qualsiasi principio di democrazia essa viene imposta totalitariamente contra lègem a 445 milioni di eurocittadini non madre lingua inglese.

Ma, a proposito di Europeana, digitalizzazione e fruizione in rete, che fine ha fatto il progetto della costruzione di un’internet europea, al riparo dalle incursioni ed intercettazioni d’oltre Atlantico, di cui parlò la Merkel già nel 2014 dopo la scoperta dello spionaggio della NSA ai danni degli europei? Progetto che avrebbe portato alla nascita di imprese europee di rilievo e competitive nei confronti di quelle statunitensi?
Finito miseramente nel GDPR!

Se ad Europeana paragoniamo la crescita, la diffusione e la compartecipazione dei progetti analoghi di Google (con il testo dei libri interamente riconosciuti là dove gran parte dei giornali presenti in Europeana sono unicamente in file immagine) e quelli della Wikimedia Foundation possiamo dire con certezza che non solo tale ente non è minimamente competitivo ma, come sostiene il direttore de “L’Europeo” Pierparide Tedeschi «È una completa delusione. Io non credevo ai miei occhi quando sono andato un po’ a cercare alcune informazioni, in quanto si presenta in modo abbastanza roboante, in cui dice che comunque dovrebbe essere rappresentativa del patrimonio culturale digitale europeo, quindi si presenta come una specie di nuova biblioteca di Alessandria. In realtà il risultato è davvero molto, molto… direi quasi irritante. […] Peggio che povero, irritante perché non si riesce a venire a capo di nulla. Alla fine c’è una quantità di materiali enorme, diciamo materiali che provengono da quasi quattromila istituzioni europee ma sono prese buttate dentro senza nessuna logica, senza nessuna indicizzazione, senza dare nessun tipo di priorità. Per cui è come praticamente navigare in mare aperto senza avere una mappa di navigazione».iii

Ma il sito di Europeana è davvero ostile e farraginoso, la delusione e l’irritazione diventano ben maggiori allorché ci si imbatte, nella pubblicità dell’americana Coca Cola con, però, la sostituzione del classico segno distintivo della Coca Cola con le parole “Gay Love” e il riferimento al “Patrimonio Culturale dell’attivismo LGBTQ+”.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una dimostrazione di come l’allocazione in Paesi protestanti, la visione protestante, ne determina anche la visione soprattutto edonistica, consumistica ed individualistica della Storia e, conseguentemente, del patrimonio culturale europeo, così come dei mezzi di informazione. Uso edonistico dei mezzi di in-formazione che Pasolini già nel 1973 denunciava come fautore della peggiore repressione della storia umana.
Per l’utilizzo pubblicitario adeguato alla versione “LGBTQ+” del loro segno distintivo, tra la documentazione del sito in questione, non risultano né somme di danaro elargite dalla Coca Cola ad Europeana, né una qualche adesione ad Europeana di uno o più fantomatici istituti che abbiano fornito materiali inerenti il “Patrimonio culturale dell’attivismo LGBTQ+”. Insomma sembra di trovarsi di fronte a sprovveduti senza la minima, opportuna ed idonea preparazione per gestire il patrimonio culturale europeo; squilibrati in senso etimologico, incapaci di muoversi e bilanciare la loro opera tra culture di Paesi europei con storia e patrimoni culturali molto diversi ma, anche, di annettersi un ruolo di propaganda a movimenti controversi nella società europea.
Il motivo è probabilmente da ricercare nella origine della sua costituzione. Nello statuto di Europeana, infatti, si parla di “patrimonio culturale e/o scientifico dell’Europa” ma non c’è alcuna definizione di cosa è/non è “patrimonio culturale e/o scientifico dell’Europa”.
Europeana, insomma, risulta essere un ente lontano anni luce dalle motivazioni ed auspici del progetto originario, incapace di gestire adeguatamente, esteticamente e professionalmente, il patrimonio culturale europeo tout court ma, oltre che essere inutile agli scopi originari è anche discriminatorio e dannoso per la stragrande maggioranza della società europea e, in particolare, di quella cristiano-cattolica ed ortodossa.
Europeana non solo promuove la spettacolarizzazione di problemi seri e concreti – dietro i quali c’è spesso sofferenza – non rendendosi conto di fomentare, come in quest’ultimo caso, dannose contrapposizioni/auto-ghettizzazioni ma dimostra, anche, di operare secondo canoni estranei alla società europea: quelli della “cancel culture”. Anch’essa d’importazione Anglo, ossia protestante, talmente “protestante” da incarnare, nel paese della Brexit, proprio nella Regina/Re il papa a capo della chiesa protestante anglicana.

ii – Nell’ordine: 1, tedesco, 92.898.566; 2, francese, 65.255.278; 3, italiano, 60.480.665; 4, spagnolo, 46.776.338; 5, polacco, 37.857.352; 6, rumeno, 19.238.034; 7, olandese, 17.131.014; 8, ceco, 10.710.432; 9, greco, 10.429.737; 10, portoghese, 10.199.257; 11, svedese, 10.095.005; 12, ungherese, 9.664.187; 13, bulgaro, 6.954.100; 14, danese, 5.789.709; 15, finlandese, 5.540.792; 16, slovacco, 5.460.615; 17, inglese (irlandesi + maltesi), 5.382.028; 18, irlandese, 4.940.642; 19, croato, 4.106.953; 20, sloveno, 2.079.390; 21, lituano, 1.963.870; 22, lettone, 1.887.408; 23, estone, 1.328.108; 24, maltese, 441.386.
iii -https://kadmo.art/europeana-irritante-per-il-direttore-de-leuropeo/

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www.kadmo.art, , è pittore-scultore-architetto e teorico dell'arte (Arte e critica dalla crisi del concettualismo alla fondazione della cultura europea saggio del 1985 e Come divenire la super potenza culturale che siamo del 2015); giornalista, dal 1996 è direttore responsabile del settimanale Translimen che dal 2007 diviene rubrica di Radio Radicale, ha pubblicato numerosi articoli sull’arte contemporanea in importanti testate specialistiche (Artribune, Artslife, Art a part of culture); esperto di economia linguistica, con la direzione del Nobel per l’economia Selten ha ideato e curato nel 1996 il primo saggio europeo di economia applicata all’uso delle lingue I costi della (non) comunicazione linguistica europea; ha curato e prefato l’edizione italiana di fondamentali saggi del maggior studioso mondiale di imperialismo linguistico inglese Robert Phillipson (L’imperialismo linguistico inglese continua e Americanizzazione e inglesizzazione come processi di occupazione globale); dal 1989 è Segretario dell'ERA, ONG dell'Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) e dell'ECOSOC delle Nazioni Unite.

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