La storia di Francesco Bussone il conte di Carmagnola

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Francesco Bussone nasce intorno al 1382 a Carmagnola, a quel tempo marchesato di Saluzzo, di modestissima condizione, tanto che fino a dodici anni fa il pastorello. Il suo destino potrebbe essere quello di passare la vita a guardare le vacche, che nemmeno in quei tempi lontani era il meglio che un uomo potesse augurarsi. Un bel giorno però passa da Carmagnola uno di quei reclutatori che battono le campagne in cerca di soldati – versione medievale degli uffici di reclutamento –, e Francesco, stanco di spalare letame, coglie l’occasione al volo. Gli dice bene, perché finisce al soldo di uno dei migliori condottieri del suo tempo, Facino Cane, grazie al quale scopre di avere un talento che nel Quattrocento vale moltissimo: uno sconfinato coraggio, cosa assai utile quando di mestiere devi maneggiare le armi.

Francesco finisce presto al servizio di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, uno degli stati più ricchi e potenti del tempo. Almeno così era stato vivente suo padre, il celebre Gian Galeazzo, che il ducato lo aveva creato. Ma alla sua morte vari signorotti locali, tra cui proprio Facino Cane, si erano fatti sotto e lo avevano smembrato, spartendosi il bottino come avvoltoi.

Investito di pieni poteri militari, Bussone compie in pochi anni per Filippo Maria un vero miracolo. Città per città, castello per castello, gli rimette insieme il Ducato. Milano, Brescia, Piacenza, Bergamo, Genova, e tante altre che sarebbe troppo lungo elencare.

Come riesca nella mirabile impresa ci è solo in parte noto, pochi sono i documenti, rarissime le testimonianze sul suo agire da comandante. Sappiamo che non lasciò una scuola militare, una dottrina tutta sua, ma anche che era estremamente abile nel tenere insieme le sue “lance”, le sue truppe. Insomma, era uno che quando portava un esercito in battaglia non perdeva pezzi lungo la strada, incidente che spesso capitava a forze meno addestrate e compatte. E aveva un intuito eccezionale.

Comunque sia, Milano torna grande, e l’ex bovaro di Carmagnola diventa ricchissimo, potentissimo. Lo nominano  governatore di Genova, una delle città più importanti del Ducato, e in sovrappiù gli fanno sposare anche una Visconti.

Qui però scatta il classico gioco tra ambizione e sospetto. Ambizione di Francesco, tutt’altro che misurata, da un lato, e dall’altro sospetto del Duca, già sospettoso di natura, che certo non poteva guardare di buon occhio l’ascesa di un comandante troppo amato dalle sue truppe: è l’incubo di ogni principe, che nel successo del suo dipendente presagisce la fragilità del suo trono.

Così Filippo Maria lo tratta con freddezza, gli toglie il comando, lo lascia ad aspettare nelle anticamere di palazzo, come fosse un postulante qualunque. Francesco, che di umiltà non ne aveva mai avuta granché, la prende malissimo. E fa quello che facevano tutti nel suo settore, il mestiere delle armi: ossia, cambia bandiera.

Nel 1425 se ne va a Venezia. E la Serenissima, che era in guerra con Milano e cercava un fuoriclasse da schierare in battaglia, lo accoglie a braccia aperte. La storia a volte ci presenta dei veri e propri paradossi: il condottiero che aveva costruito la potenza viscontea ora la doveva smontare, pezzo per pezzo, per conto dei nemici. È quello che succede nei pressi di Brescia, a Maclodio, nel 1427, quando le suona di santa ragione proprio all’esercito del suo vecchio padrone.

Lo scontro si risolve in una schiacciante vittoria per i veneziani grazie a una geniale intuizione tattica del Carmagnola, che sfrutta a suo vantaggio la particolare conformazione del terreno. Prima spinge le forze milanesi ad avanzare incautamente lungo uno stretto terrapieno che attraversava la palude. Una volta in trappola, i viscontei vengono assaliti frontalmente e alle spalle dalla fanteria e dalla cavalleria veneziana, mentre dai boschi laterali balzano fuori arcieri e balestrieri che li bersagliano sui fianchi senza pietà.

Vendetta servita fredda, con compenso di fiorini sonanti, che fanno di Francesco uno dei duci con il conto corrente più cospicuo d’Italia.

Solo che questi, vinto il vincibile, comincia a fare il furbo. Rallenta. Tergiversa. Libera prigionieri che dovrebbe tenersi. Manda avanti le successive campagne con la lentezza di chi non ha nessuna fretta di chiudere, e non senza ragione: una guerra finita è uno affare in meno.

I veneziani, che di soldi e di tradimenti se ne intendono assai, fiutano l’odore della truffa. Sospettano addirittura che Francesco stia trattando sottobanco col Visconti. Forse è vero, forse no. Probabilmente non lo sapremo mai. Quel che è certo è che Venezia il sospetto, quando si tratta della sicurezza dello Stato, vale già una condanna.

E qui la Serenissima dà il meglio del suo cinismo di potenza internazionale. Non ci sono scenate, nessuna accuse plateale, che non converrebbero a nessuno. Invitano invece gentilmente il Carmagnola a Venezia, nel 1432, con il pretesto di importanti “consultazioni”. Prima lo accolgono con cortese e una elegante gondola, ma appena mette piede a Palazzo Ducale lo mettono ai ceppi. Processo segreto, tortura, sentenza scritta in fretta. E il 5 maggio 1432 l’ex bovaro di Carmagnola, l’uomo che aveva fatto e disfatto ducati, finisce decapitato in mezzo alle due colonne di Piazza San Marco.

Ma non è finita qui. Perché quattro secoli dopo Alessandro Manzoni, don Lisander per gli amici, ne fa il protagonista di una tragedia, Il conte di Carmagnola (1820). Dove intanto lo nobilita – Francesco non è mai stato conte di Carmagnola, è un titolo onorifico che gli attribuisce l’autore dei Promessi Sposi, nella realtà lo era di Castelnuovo Scrivia –, ma soprattutto lo trasforma in un eroe nobile, leale, schiacciato dalla ragion di Stato di una Venezia fredda e ipocrita.

A Manzoni non interessava tanto la verità storica (o la sua migliore approssimazione), ossia che Francesco Bussone era un grande mercenario, pronto a giocare su più tavoli contemporaneamente, e che, nel cozzo delle potenze, ha come unica stella polare la propria affermazione personale.

A Manzoni serviva il personaggio tragico e grandioso di un innocente, una vittima di una Realpolitik senza scrupoli, insomma una di quelle figure su cui il Romanticismo amava versare le sue lacrime.

Il condottiero affamato di potere diventa così un martire dell’idealismo, e l’ex bovaro di Carmagnola, Duce validissimo ed esperto, che da vivo voleva diventare lui stesso un gran signore, riceve la sua promozione postuma in personaggio della grande tragedia. Un riconoscimento postumo, certo. Ma che probabilmente il nostro Francesco, nella sua smisurata ambizione, avrebbe gradito.

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