Dai Re Magi alla Befana, nonna di tutti i bimbi d’Italia

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«La notte dell’Epifania in piazza Navona: un ritmo caratteristico di trombette domina il clamore frenetico: sul mareggiare fragoroso galleggiano, a quando a quando, motivi rusticani, cadenze di saltarello, la voce dell’organo meccanico d’un baraccone e l’appello del banditore, il canto rauco dell’ubriaco e il fiero stornello in cui s’espande l’anima popolaresca: “Lassàtece passà, semo Romani!”». Questa era l’annotazione di Ottorino Respighi alla partitura del quarto movimento del suo poema sinfonico “Feste Romane”, “la Befana”. Le note, che raccontano una Roma di un secolo fa, ci parlano di una festa dei bambini, dove anche gli adulti tornano bambini. Le bancarelle di Piazza Navona (un tempo anima pulsante di una città tanto cristiana con le statuine e le casette per i presepi, quanto profana, coi tiri a segno, i dolciumi e i baracconi) vengono animate dalle trombette fastidiose dei monelli e lo svociare di un ubriaco e dei venditori, fino alla stornellata, che diventa un vero e proprio inno solenne, struggente ricordo di una città che non c’è più.

La Befana non è solo una festa dell’Urbe. Tutta Italia la celebra. È la vecchia che porta i doni ai bambini, come i Re Magi portarono i loro omaggi al Salvatore neonato nella mangiatoia. È la controparte popolaresca e pagana della solennità cristiana dell’Epifania (e infatti il nome “befana” è la corruzione lessicale di “Epifania”), che nei paesi cattolici coincide con la manifestazione (ἐπιφάνεια per l’appunto) della divinità del Bambino Gesù testimoniata dall’adorazione fatta dai Magi, i sapienti che seguendo una stella avevano trovato quello che era stato annunciato loro come Re dei Re.

I doni che i tre saggi portano a Nostro Signore sono simbolici del suo destino: l’oro, degno di un re, l’incenso, che si spande per un dio, la mirra, con cui si imbalsamano i defunti. Quest’ultimo presagio dell’estremo sacrificio del Cristo. “I Magi – scrive lo studioso d’antropologia, saggista ed esperto di esoterismo Gianluca Marletta – (i Magoi o Magusei della tradizione persiana) si mettono in cammino verso la Palestina perché, da secoli, la tradizione avestica di Zarathustra annunciava la nascita dello Saoshyant, il Salvatore) da una Vergine. I Magi seguono una Stella (in realtà una congiunzione planetaria) perché, da veri sapienti, sanno che il cosmo è un Libro di Segni e loro li sanno leggere. I Magi vengono, secondo il Vangelo di Matteo, “apo anatolòn“, dagli Orienti: ma in realtà l’espressione può indicare anche “dalle origini“. I Magi infatti vengono come rappresentanti della Tradizione sacra primordiale e unica. E il Cristo verso il quale si inginocchiano non è solo uno dei tanti fondatori di religioni, ma il vero Re del Mondo e Re dei re. Cristo è universale“.

Accanto alla vertiginosa profondità di questi significati, c’è la tradizione popolare, anche essa significativa ma semplice e tenera: in una delle molte leggende sull’origine della Befana vuole che i tre Magi, alla ricerca del Re dei Re, avessero chiesto informazioni a una vecchia, la quale li avrebbe trattati sgarbatamente. Pentita per il suo gesto, la vecchietta avrebbe deciso di fare ammenda, riempiendo un sacco di doni. Certo, non i doni principeschi che dei saggi (o addirittura “re” secondo la tradizione) potevano portare con loro. Piccoli regali, come quelli che fa una vecchia zia o una nonna ai nipoti: dolci, piccoli giocattoli… La vecchietta quindi si sarebbe mossa in cerca dei Magi, ma non riuscì più a raggiungerli. E per essere sicura di dare il suo dono a Gesù, si fermò in ogni casa a dare qualcosa ai bambini, sperando di trovare un giorno o l’altro quella giusta.

La Befana è comunque collegata a molti miti e leggende popolari ancestrali. È il vecchio anno che va via (lasciando regali) e infatti viene spesso bruciata nelle feste popolari. È il personaggio apotropaico, che con la sua scopa spazza via la malasorte da dentro le case. È la personificazione dell’inverno, coi suoi vestiti logori, circondata di “neve, gelo e tramontana”, come l’ha rappresentata anche Giovanni Pascoli con una delicata e triste poesia, in cui lo spirito socialista del grande poeta mette a confronto la gioia nella casa dove i bambini hanno “calze fini”, che verranno riempite di doni, e la mestizia del povero casolare dove ai bimbi toccano “zoccoli consunti” destinati a restare vuoti.

Ma soprattutto, la Befana è l’archetipo del personaggio che forse più di tutti i bambini amano: la nonna. Affettuosa, simpatica, un po’ stralunata, mai arcigna anche se oramai imbruttita dagli anni e trasandata, col fazzoletto in testa e lo scialle sulle spalle ormai curve. La sua calza piena di dolciumi e qualche soldino dentro rappresenta per i bambini la più deliziosa delle sorprese, annodata al mattino alla cucina a gas o – in sempre meno case – al camino o alla stufa. Una sorpresa così lontana, coi suoi buchi rattoppati, dal tonitruante consumismo degli infiocchettati pacchetti di Natale, oramai trasformato in un postribolo del capitalismo e dello spreco.

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