Fanno bene Meloni e Piantedosi sulle ONG che navigano a sinistra

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La polemica tra l’esecutivo Meloni e le ONG che gestiscono le navi attualmente all’opera nel Mediterraneo è iniziata praticamente in contemporanea con l’insediarsi dell’attuale esecutivo. Tenuto conto della posizione del Centrodestra sugli sbarchi dei migranti e sull’operato delle ONG, il cambiamento di rotta della politica del nostro Paese sull’immigrazione può essere considerato, rispetto a quanto predicato dal duo Meloni – Salvini (quest’ultimo, al Viminale all’epoca del governo cosiddetto gialloverde, fu l’autore della politica cosiddetta ‘dei porti chiusi’ che lo portò a scontrarsi con il mondo delle ONG e in generale delle associazioni che si occupano dei migranti, si ricordi a proposito la vicenda, risalente all’estate del 2019, della Sea Watch 3 e del suo capitano Carola Rackete), logica e inevitabile conseguenza, come inevitabile e conseguente va considerato il braccio di ferro in atto. Braccio di ferro che tende a coinvolgere, come è successo recentemente con la Francia, i rapporti tra l’Italia e gli altri stati europei. Un problema che parte da lontano, quello dell’immigrazione, ma che è stato senz’altro aggravato dall’instabilità che attanaglia la Libia da oltre un decennio. Sta di fatto che la pressione migratoria sul nostro Paese, ha raggiunto livelli tali da mettere a dura prova la capacità di accoglienza dell’Italia. Italia che sconta la propria posizione geografica, l’instabilità che caratterizza diversi paesi dell’Africa e non solo, l’applicazione del Trattato di Dublino (che, sul piano sostanziale, affida ai paesi di primo approdo dei migranti la loro accoglienza) e l’evidente mancanza di solidarietà da parte dei partner europei che, a seconda dei casi, di fronte alle richieste di redistribuzione dei migranti avanzate dai paesi di primo approdo tra cui l’Italia fanno orecchie da mercante o si appellano proprio al Trattato stesso. Era inevitabile, quindi, che il problema immigrazione fosse, per il governo di centrodestra appena insediato, uno dei primi – e più difficili – da affrontare. Di qui il braccio di ferro con le ONG. La ‘questione ONG’, come, del resto, la questione immigrazione tout court è, in Italia, oggetto di polemica ormai pluridecennale che vede da una parte le forze politiche che esprimono l’attuale esecutivo, dall’altra il mondo politico che può essere definito genericamente di sinistra, sia a livello di partiti che di associazioni e ONG. Indubbiamente, in caso di naufragio, è d’obbligo soccorrere i naufraghi ma non si può pretendere che l’Italia, in virtù del principio del porto sicuro sia costretta alla politica dell’accoglienza indiscriminata, destinata ad avere, soprattutto se il numero degli sbarchi dovesse continuare a crescere, delle ripercussioni di carattere sociale anche gravi. Non possono pretenderlo i partners europei che, mentre fanno la predica al nostro Paese sull’accoglienza, blindano, ognuno come può, i propri confini terrestri e marittimi, fanno sì che i vari accordi – anche quando li sottoscrivono – sulla redistribuzione dei migranti restino (quasi) lettera morta, si oppongono alle proposte di modifica del Trattato di Dublino che, nel suo impianto originario, risale all’ormai lontano 1990 (allora la pressione migratoria non era nemmeno lontanamente confrontabile con quella attuale) e le cui successive modifiche non hanno comunque toccato il principio fondamentale che prevede l’obbligo, per lo Stato di primo approdo dei migranti, di occuparsi dell’accoglienza e della richiesta di asilo. Non possono pretenderlo le ONG che, comunque, il porto sicuro lo richiedono – a volte lo pretendono – quasi sempre all’Italia, pur essendo nella stragrande maggioranza dei casi straniere. Né si può pretendere che il governo italiano rinunci a tentare, come con il recente decreto Meloni – Piantedosi, di governare, con gli strumenti che il nostro ordinamento prevede, i flussi migratori.

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1 commento

  1. Fotografia appropriata. Anche se non voluto, il gesto dell’ombrello del ministro versO le ONG dice più delle parole.

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