Il Settimo Sigillo della Stirpe: La Metamorfosi Solare di CulturaIdentità
Sette anni: non una semplice scansione del tempo cronometrico, ma un compimento biologico e spirituale. Secondo i postulati della filosofia biologica, sette anni rappresentano la curva temporale perfetta affinché ogni singola cellula del nostro corpo si rinnovi, trasfigurando la materia in una nuova sintesi vitale. In questo settennio, il DNA di CulturaIdentità, il giornale fondato da Edoardo Sylos Labini, non è solo mutato: si è arricchito, distillando l’essenza di una nazione per edificarne la memoria futura. Numero dopo numero, il giornale ha costruito una fortezza di colonne tortili a rocchetto, architettura barocca dell’anima e della mente dalle cui sommità, oggi, ci affacciamo con sguardo d’aquila. Da questi spalti di carta e pensiero, ci prepariamo a cacciare la fiera, la tigre che incarna i perduti e i caduti dello spirito: quell’ignoranza becera che vorrebbe irretirci nel fango dell’omologazione e calpestarci sotto il peso del nulla. Con prontezza siamo pronti a cavalcare la tigre domando la sua furia cieca per volgerla verso la beata mensa della società ermeneutica, dove il senso non è subìto, ma interpretato, vissuto e conquistato. In questo settimo genetliaco, il nostro sangue si è fatto inchiostro e la nostra identità si è fatta destino: siamo pronti a difendere il Tempio contro i barbari del nuovo millennio.



L’Architrave e la Scintilla: Il Rito Solare di Guerri e Sylos Labini – Dalle macerie del tempo profano all’Eterno Ritorno degli Inimitabili
Nel deserto pneumatico della contemporaneità , dove il linguaggio si è fattofango e l’azione è divenuta simulacro, accade che il teatro e la storia si fondano in un’unica, folgorante Alchimia di Tradizione. Parte dal Teatro Stabile di Catania grazie all’illuminante gestione del Direttore Marco Giorgetti, il ciclo di incontri “Da D’Annunzio a Marinetti – Gli Inimitabili del 900”, che vede protagonisti Giordano Bruno Guerri ed Edoardo Sylos Labini, non è una conferenza: è un’evocazione. E’ il tentativo, riuscito, di riaccendere la VIA (Volontà, Intenzione, Azione) – quella forza vitale e trasformatrice che ha animato le avanguardie del secolo scorso. Parlare di Tradizione in questo contesto, non significa guardare con nostalgia a un passato musealizzato. Significa, citando il Vate, “Rinnovarsi o Morire”.



Giordano Bruno Guerri incarna l’Architrave: la solidità del documento, la custodia sacra del Vittoriale, la precisione apollinea di chi sa che la storia non è una linea retta, ma un tempio da ricostruire pietra su pietra. Egli offre il rigore filologico che serve da base per l’ascesa verticale dello spirito. Questa solidità è accesa dalla Scintilla di Edoardo Sylos Labini. Nello spettacolo “Gabriele D’Annunzio – Una Vita Inimitabile”, Labini non si limita alla mimesi attoriale; egli compie un atto di pirateria metafisica. Con un approccio squisitamente guasconesco e picaresco, l’attore frantuma la quarta parete non per rincorrere un modernismo di maniera, ma per riportare il mito tra la gente, nel sangue di chi ascolta. E’ un gesto di rottura: l’audacia dell’Arlecchino esoterico che usa lo sberleffo e il coraggio per ridestare le coscienze sopite.
D’Annunzio e Marinetti rappresentano la Diade del sacro e del futuro, è la complementarietà delle due colonne della nostra cultura il fulcro dell’intero progetto. D’Annunzio è il sacerdote della Bellezza, l’uomo che ha trasformato la propria esistenza in un’offerta rituale. Egli rappresenta rappresenta la sintesi tra il mito classico e l’avvenire, colui che ha saputo dare un nome nuovo alle cose antiche. Marinetti è il profeta della velocità, il dinamitardo che vuole provocare distruggendo i musei per liberare l’energia del divenire. Ma qui risiede il punto di contatto rivelato da Guerri e Labini: entrambi rifiutano la mediocrità: entrambi sono “Inimitabili” perché hanno osato sovrapporre l’arte alla vita fino a renderle equipollenti e indistinguibili.
Se D’Annunzio è il custode del Fuoco, Marinetti è il vento che lo propaga. L’uno è il centro immobile del Labirinto, l’altro è la freccia scagliata verso l’ignoto. In definitiva, questo ciclo di incontri e lo spettacolo di Labini ci ricordano che essere fedeli alla Tradizione significa essere fedeli alla propria capacità di creare il nuovo. I due poeti tornano a parlarci non come fantasmi dal passato, ma come maestri di un’esistenza che non accetta compromessi. E’ l’invito a vivere ogni istante come un’opera d’arte, con la spada della verità in una mano e la penna della Bellezza dall’altra, levigando con la lingua la pietra verso l’infinito.
[Foto di Antonio Pariniello]


















