Finalmente ricordato il sacrificio degli Internati Militari Italiani

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Dopo 82 anni di silenzio mortificante, finalmente a partire dal 20 settembre 2025 l’Italia ricorda il sacrificio e le sofferenze degli IMI, gli Internati Militari Italiani in Germania, catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e rinchiusi in campi di lavoro. Oltre ottocentomila soldati, fra cui un certo Giovannino Guareschi, la maggior parte dei quali deciso a resistere alle offerte – e alle minacce – tedesche di tornare in libertà attraverso l’arruolamento nella Wehrmacht o, in seguito (dietro insistenza di Salò), con l’adesione alla Repubblica Sociale. Solo appena 197 mila, per lo più fascisti convinti ma anche molti opportunisti che disertarono alla prima occasione, optarono per indossare i gladi e tornare a combattere. La maggior parte tenne fede al giuramento fatto al re Vittorio Emanuele III e rimase prigioniero.

Ora la memoria degli IMI viene ufficialmente onorata dallo Stato. La Rai ha realizzato un palinsesto dedicato su Rai Storia e Rai 5 in onda a partire dalla sera di venerdì 19 e con il suo acme sabato 20, quando verrà anche trasmessa alle 18.35 su Rai Storia la puntata di “Inimitabili” con il direttore Edoardo Sylos Labini dedicata a Giovannino Guareschi, tenace bastian contrario che proprio durante la prigionia coniò il suo celebre motto “non muoio nemmeno se mi ammazzano”.

Numerose anche le manifestazioni pubbliche dedicate a questi sfortunati soldati, fra cui segnaliamo quella della Città Identitaria di Casale Monferrato, prevista con una cerimonia solenne e una messa la mattina di sabato 20 al Cimitero Cattolico Urbano. Alla presenza del sindaco Emanuele Capra, e con gli interventi degli onorevoli Enzo Amich, Federico Fornaro e Riccardo Molinari, verrà deposta una corona al Famedio degli Internati Militari Italiani.

Privati dai tedeschi dello status di “prigionieri di guerra”, gli internati non avevano diritto alla protezione della Croce Rossa Internazionale. Il governo fascista della RSI faticò non poco per ottenere dalle autorità tedesche un miglioramento delle condizioni di prigionia e di lavoro di quelli rimasti, riuscendo a trasformarli in gran parte in “lavoratori civili” nelle fabbriche, miniere e nei campi del Reich, in sostituzione degli uomini tedeschi inviati al fronte. Della Germania gli IMI condivisero la dura sorte degli ultimi due anni di guerra: la fame, i bombardamenti e i mitragliamenti alleati, le rivolte nei lager e perfino nuove prigionie, in particolare per mano francese e russa, che consideravano gli italiani ancora nemici da punire. Molti IMI liberati dal collasso della Germania, infatti, finirono nei campi di concentramento francesi (fra i più duri della guerra) e nei gulag sovietici. Non si può dimenticare che 13.000 di essi, in particolare quelli catturati in Grecia e nelle Isole Ionie, perirono per i siluramenti inglesi delle navi che li trasportavano nel mar Adriatico.

Infine, una parte – soprattutto ufficiali – respinse anche l’opzione del lavoro civile in Germania, e contro di essi si accanirono i tedeschi, rinchiudendoli in lager dalle condizioni di vita durissime.

Il bilancio della resistenza passiva opposta fra il filo spinato dei lager tedeschi parla di ben 37-50 mila militari italiani che non fecero mai ritorno, fra morti per fame e malattie, bombardamenti alleati e uccisi a un palmo dalla liberazione, inghiottiti nel caos delle rovine del Reich e dalla crudeltà dei vincitori.

Nel dopoguerra la professione di fede monarchica di tantissimi di questi prigionieri non giocò a loro favore. La memoria della Resistenza venne monopolizzata dai partigiani e in particolare da azionisti e comunisti e tutte le altre forme di lotta per la rinascita dell’Italia dopo il Fascismo vennero messe in ombra o cancellate.

La memoria degli IMI fu portata avanti dalle associazioni d’arma e da quelle dei reduci, oltre che da istituti di studi storici come quello diretto dal generale Enrico Boscardi (1935-2017), che tuttavia venivano esclusi dai circuiti mainstream.

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