Giovannino Guareschi, il bastian contrario che amava la libertà

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Giovannino Guareschi nasce a Fontanelle, in provincia di Parma, il 1° maggio del 1908. Siamo nella bassa Parmense, una terra fertile, ricca, compresa tra la via Emilia e il Po, tra le nebbie dell’inverno e gli alluvioni che a volte la sconvolgono. La giovinezza di Guareschi è segnata dal tracollo economico del padre, uomo d’affari ricco d’ambizione ma non di talento. Ciò nonostante, può ancora permettersi di mandarlo a studiare nel prestigioso Convitto Maria Luigia, dove si trova fianco a fianco dei rampolli delle più ricche famiglie di Parma. Notato da un giovanissimo Zavattini, istitutore nel convitto, Giovannino mette in mostra un precocissimo talento tanto nello scrivere che nel disegnare, soprattutto bozzetti e caricature umoristiche che incide lui stesso al bulino nel linoleum.

L’ingresso nel giornalismo vero arriva a metà degli anni Trenta, quando i potenti editori Rizzoli chiedono a Zavattini di creare nella loro Milano un settimanale satirico che se possibile batta il successo del romano «Marc’Aurelio». La rivista si chiamerà «Bertoldo», e Giovannino è naturalmente della partita. L’umorismo del «Bertoldo» rasenta in continuazione i limiti imposti dal regime fascista, ma forse è proprio questo a conferire al giornale un’aura di genialità e di anticonformismo.

Quando Mussolini mette il paese sulla strada della guerra, Giovannino si inventa il personaggio del «Fesso di guerra», un omiciattolo dalla bocca a trombetta che presta fede a ogni forma di propaganda guerrafondaia. Non è poco, ma come Guareschi ammetterà in seguito, tutto questo è comunque ancora molto lontano dalla «capacità di dire no» che la sua generazione deve ancora imparare.

Questo avviene soltanto dopo l’8 settembre, quando viene fatto prigioniero quale ufficiale della riserva e deportato in Germania. Una via d’uscita dai reticolati dei lager ci sarebbe, arruolarsi nella Repubblica Sociale. Ma Giovannino, convinto monarchico, non aderisce, anzi respinge con sdegno.

Nell’Italia del Dopoguerra il coraggio degli internati militari italiani che non si sono piegati al ricatto, e che hanno così partecipato alla Resistenza, non è riconosciuto. Molti anzi li considerano degli imboscati. Se manca la gratitudine degli italiani, se non altro è tornata la libertà di stampa. Il «Bertoldo» si è estinto durante la guerra, ma i Rizzoli chiedono a Guareschi di fondare un nuovo giornale. Si chiamerà il «Candido», vedrà la collaborazione delle migliori firme del «Bertoldo». Non sarà soltanto un giornale umoristico, ma anche di battaglia politica. La prima è a favore della monarchia nel referendum sulla nuova forma dello Stato.

La sconfitta al referendum è un duro colpo, ma Giovannino non si arrende. Con entusiasmo si tuffa nelle epocali elezioni del ’48, schierando il «Candido», e tutta la sua vibrante creatività, contro il Fronte Popolare, il cartello delle sinistre. È qui che conia l’epiteto memorabile di «trinariciuti», o l’icastico «nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no».

La vittoria della DC potrebbe fare di Giovannino un cantore del centrismo ma lui non ci pensa nemmeno, e mette subito nel mirino la nuova nomenklatura del potere.

Quando scopre che il presidente della Repubblica, il piemontese Luigi Einaudi produce vino, come un privato qualunque, lo fa segno di irriverenti vignette, che gli costano una condanna per vilipendio. Non pago, se la prende con Alcide De Gasperi. Già presidente del consiglio del piano Marshall e figura apicale dello Scudo Crociato, per Giovannino è l’epitome della partitocrazia, e a dimostrarlo è l’enfasi con cui il potente politico trentino celebra la scoperta del «petrolio» a Cortemaggiore. Lo storytelling del governo De Gasperi è che quel giacimento possa garantire addirittura l’autosufficienza nazionale. Giovannino è convinto che si tratti di una frode. Non va molto lontano dalla verità: il metano c’è, ma è poco, e certo non giustifica il trionfalismo del governo.

È quanto basta perché il «Candido» sia il destinatario di due scottanti missive segrete, datate 1944, in cui De Gasperi chiede agli Alleati di intensificare i bombardamenti su Roma, per suscitare la rivolta della popolazione. Il dossier è un falso, ma Giovannino, che non può saperlo, decide di pubblicarlo senza mettere al corrente i Rizzoli.

De Gasperi non può che querelare. Durante il processo non viene offerta alcuna prova dell’autenticità del dossier, e nel 1954 Guareschi viene condannato per diffamazione. Una pena che si assomma a quella per vilipendio del presidente Einaudi. La scelta di non fare appello spalanca per Giovannino le porte del carcere di Parma, dove trascorrerà tredici mesi di una detenzione insolitamente dura. Ma non è l’unica conseguenza: nel 1957 dovrà anche lasciare la guida del «Candido».

Non è solo il prezzo dell’errore. Ma anche un segno del cambiamento dei tempi. Con l’asse del sistema politico che si sposta verso sinistra, ai Rizzoli non conviene più mostrare sintonia con le destre che il «Candido» rappresentava.

Un po’ per volta Giovannino prende le distanze dalla vita pubblica e politica del tempo. Conserva alcune collaborazioni, ma sono sporadiche. Decide anche di lasciare Milano, una città che sognato quando viveva «nella mia placida e inerte cittadina di provincia». Ma poi, spiega «vennero gli assessori democratici dell’edilizia e la città cadde in potere delle imprese costruttrici. Una colossale, orrenda terrificante valanga di cemento si riversò sopra Milano e seppellì le piante dei giardini, colmò i cortili, gli spiazzi».

La verità è che Giovannino non sta prendendo le distanze soltanto dal giornalismo e da Milano. È l’Italia del miracolo economico, sempre meno povera ma sempre più inquinata dalle false credenze del progresso, così omologante, a spingerlo a cercare qualcosa di nuovo. E nel suo caso il nuovo è il ritorno alla sua terra, la Bassa, la provincia dove il tempo scorre ancora lento, e il senso delle cose non sembra così inevitabilmente smarrito.

Tanto più che nel frattempo la sua immaginazione ha partorito la sua creatura più felice e fortunata, Don Camillo. Il primo, breve racconto in cui compare il prete manesco che parla con Gesù, destinato a rivaleggiare con Peppone, il sindaco comunista del suo paese, risale al 1946. Ma è solo l’inizio di una saga destinata a trasformarsi in una serie di film dal successo travolgente, in Italia e all’estero.

Gli inizi sono tutt’altro che facili. Sull’Italia della cultura grava una cappa di conformismo e di ipocrisia, e nessun regista vuole legare il suo nome alle storie dell’ex direttore del «Candido», tanto che per mettere in piedi il primo film i Rizzoli, che sono anche produttori di prestigio, devono chiamare un francese, Jacques Duvivier.

Giovannino si mette all’opera per trovare il luogo più adatto. Viene prima scartata Busseto, poi la sua Roccabianca, il luogo che «vede» quando scrive le sue storie. Solo quando vanno a Brescello, Duvivier intuisce che in quel luogo c’è tutto quello che, per ragioni pratiche, serve alla messa in scena. Cominciando dalla piazza, dove municipio e parrocchia sembrano fronteggiarsi.

La saga di Don Camillo dà a Guareschi una popolarità internazionale e duratura, ma gli riserva anche non poche amarezze. In primo luogo perché le sceneggiature a cui collabora sono spesso stravolte. Le sue intenzioni vengono tradite per ammorbidire i toni aspri e radicali e andare incontro a un pubblico che prima di tutto vuole svagarsi, o perdersi in un’immagine dell’Italia in cui i conflitti trovano sempre composizione. Ma poi c’è un altro aspetto. Il riconoscimento mancato da parte della critica, e degli intellettuali, a quel tempo influenti, che continuano a guardare alla sua opera con disprezzo e invidia, non fosse altro per il piacere che provoca nei comuni lettori ovunque nel mondo.

Giovannino muore a Cervia, dove ha una casa di villeggiatura, nell’estate del 1968, e a salutarlo sono solo famigliari e amici intimi. Negli ultimi anni si era ritirato dalla scena pubblica, convinto che il mondo, travolto dai valori progressisti, dal materialismo e dall’edonismo, non prevedesse più spazio né per lui, né per i suoi personaggi. E aveva scritto parole che hanno il sapore del testamento spirituale: «Benessere. Tutti parlano di benessere. All’inferno il benessere! (…) Altro è camminare a piedi scalzi, con gli abiti laceri e a pancia vuota su una strada sassosa, altro è ballare ben calzati, ben vestiti e a pancia piena sul lucido parquet d’una sala quando si sa che, sotto i ciottoli aguzzi della strada impervia, c’è soltanto buona e onesta terra, mentre sotto il pavimento del ricco salone ci sono mine grosse quanto una botte da due ettolitri».

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