Girano il Gattopardo in inglese: è come fare Shakespeare in siciliano!

2

ABBONATI A CULTURAIDENTITA’

“Che vergogna Netflix produce il Gattopardo recitato da stranieri in inglese! Che vergogna! Il più grande pezzo di letteratura italiana ridotto ad una barzelletta!” Così Luca Barbareschi, in un suo post su Facebook l’altro giorno dove non le manda a dire. Impossibile dargli torto, è come se James Bond diventasse una donna, Ian Fleming avrebbe la stessa reazione del bibliofilo in carrozzina nel film La nona porta quando vede che gli stanno svendendo l’intera biblioteca. Tom Shankland girerà in Italia la serie The Leopard per Netflix (Indiana con Moonage Pictures) ispirata appunto al Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: riprese nel 2023 e girate tutte in inglese. Boh??, diciamo noi sconsolatamente. Per rinfrescare la memoria informiamo che Il Gattopardo è tutta una storia italiana e solo italiana, ben venga l’interesse culturale anche dalla perfida Albione, ma perché cambiargli il titolo e farlo recitare da interpreti inglesi in inglese? Ha ragione Barbareschi: “E’ come se gli inglesi facessero fare The Crown a Margherita Buy!” La verità è che noi, come scrive Francesco Sala nel pezzo che vi proponiamo, siamo “figli del Paese di Tomasi di Lampedusa“, espressione della nostra storia “totale” alla quale il grande Luchino Visconti si agganciò per realizzare quel suo capolavoro, altro che The Crown, scusate, The Leopard (Redazione)


Giuseppe Tomasi di Lampedusa nacque a Palermo nel 1896. Di famiglia aristocratica, trascorse tutta la sua giovinezza in Sicilia facendo numerosi viaggi anche all’estero. Prese parte al primo conflitto mondiale sul fronte austriaco e fu fatto prigioniero e internato a Posen. La sua permanenza in carcere fu stata carambolesca: riuscì ad evadere e a raggiungere di nuovo l’Italia. Ufficiale fino al 1925. Durante il Fascismo intensificò la sua passione per i viaggi: Francia, Lettonia, Austria e in Inghilterra conobbe la baronessa Wolff-Stromersee, che diventò sua moglie nel 1932. Durante la Seconda Guerra Mondiale vide la sua casa bruciare sotto il bombardamento di Palermo. Conquistò la fama di scrittore solo dopo morto con la pubblicazione di quello che è ritenuto il suo autentico capolavoro: Il Gattopardo, Feltrinelli 1958.

La casa editrice Einaudi si rifiutò di pubblicarlo. Nella riedizione lo scrittore Giorgio Bassani integrò delle parti mancanti autografe che Tomasi di Lampedusa aveva scritto per il nipote G. Lanza.

Il Gattopardo racconta del momento di passaggio in Sicilia fra il regime borbonico e quei fermenti politico-sociali che portarono all’Italia unita. Il suo protagonista, il principe di Salina, conserva una visione pessimistica delle cose: l’immobilismo e il trasformismo politico conieranno il termine nella lingua corrente di “ gattopardismo” (Bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga com’è).

Sicilia vista come laboratorio nazionale. Il cambiamento in politica può essere a prima vista stringente, seducente; si può confluire in un partito che dice anche cose giuste, proclamare principi: poi ci ritroviamo a dichiarazioni valide solo nell’atto della competizione elettorale, solo al momento del bisogno del voto. E dopo le urne? Si ritorna all’antica pratica di governo, in uno status quo immutabile. Gli schieramenti promettono cose diverse e poi all’atto pratico votano cose molto simili; il gattopardismo è insito nella nostra cultura politica: è il campo largo tra etica e prassi. La grande dicotomia, contraddizione partitica tra teoria, ideologia, azione- alleanze; cultura e progetto che non sempre dalle nostre parti vanno insieme in maniera coerente e lineare. Il trasformismo della classe dirigente cambia le carte in tavola: amalgamiamo tutto e il distante politicamente diventa vicino, l’impresentabile, presentabile. Politica come arte del possibile.

L’eterno conflitto dell’esperienza repubblicana è questo sentirsi figli del Paese di Tomasi di Lampedusa e più indietro, nipoti di quello di Machiavelli. Fu questa decadenza del romanzo il Gattopardo a intrigare il regista lombardo Luchino Visconti di Modrone. Dentro quelle pagine c’erano tutti i temi a lui più cari: decadenza di una classe aristocratica, decadenza di una Storia che livella tutto.

Tomasi quel libro lo aveva scritto in un caffè di Palermo e Luchino ci arrivò grazie a un eccentrico cugino dei Lampedusa, poeta e musicologo: Lucio Piccolo, che viveva di stenti. Visconti era affascinato dai suoi racconti: quell’oralità siciliana strampalata e originale, tra il romanzo e il violino. Il patrimonio dei Lampedusa poi, era fatto di antichi possedimenti combattuti fra novantasei eredi, opere di procedure di sfratti, ingiunzioni, avvocati. Famiglia devota e siciliana: fondò Palma di Montechiaro costruendo chiese e conventi. Un mondo eccentrico, esagerato, barocco, estremamente letterario. È anche per questo che Luchino Visconti si decise a girare il film a colori. In filigrana vediamo la malinconia di un’epopea popolata da figure che sbiadiscono con il tempo presente; una Sicilia sedotta dalle promesse di cambiamento e abbandonata dall’oppressione borghese, che crescerà quella piovra terribile chiamata Mafia, tutto sotto le note di un valzer struggente.

ABBONATI A CULTURAIDENTITA’

2 Commenti

  1. Il Gattopardo. Ovvero l’eterno gioco al nascondino dei poteri forti e meno forti domestici, e di ogni luogo, nello Stivale di sempre.
    Con, intanto, la guerra del giorno per giorno, con l’agenda del governo sempre sottocchio per non far svolazzare al vento delle intemperie comunitarie lo Stivale di carta che gli undici anni di governo sinistro e, per la sua parte, Draghi, nel suo breve viaggio, ha lasciato agli italiani. Con la benevola complicità degli ultimi due inquilini del Quirinale.
    Non per niente, in questo contesto che chiamare drammatico è poco, a tenere banco è la sinistra sguaiata in piazza, e in Parlamento, e Saviano in ogni dove. Con l’una e l’altro che si comportano e si muovono da bull patentati. Il perché e il per come si lascia il compito agli psichiatri di spiegarlo, se ne hanno voglia e tempo. Il resto è un continuo avvolgersi in loro stessi e nel pretendere dagli altri, il mondo esterno che percepiscono solo e soltanto attraverso le lenti deformanti della loro ideologica visione, l’adorazione sciamanica dovuta. Da ciò questo loro vittimismo da prime donne decadute messe davanti alle loro responsabilità. E con il secondo che ha detto e dice di continuo di rivendicare quel suo epiteto.
    Allora, perché non rivendicarlo e spiegarlo nell’aula di un tribunale? Per certificare in punta di legge il suo marchio di qualità. Assumendosene tutte le responsabilità inerenti. O pensa che sia una cosa sconcia, una specie di incompatibilità, tra quello che dice e afferma nei salotti amici e correi -dato che hanno lasciato passare quel termine indecente- e un’aula di Giustizia? Quando, invece, si chiama coerenza e gli eventuali cocci, se ci saranno, non potranno che essere suoi.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui