Giulio Corso: “Non aspetto san Valentino per dire ti amo alla mia donna”

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Quando si nomina Giulio Corso si è sicuri di parlare di uno che il teatro lo ama veramente e che ha scelto il palcoscenico prima ancora della notorietà. Impegnato attualmente nelle sale teatrali con la riproposizione di A qualcuno piace caldo, tratto dalla storia del celebre film di Billy Wilder, insieme a Euridice Axen e Gianluca Ferrato, Corso è uno di quegli attori che conosciamo essenzialmente per la sua dedizione al mestiere. Mai una parola fuori luogo, mai un gossip o un ammiccamento particolare ai social: seguendo la vecchia scuola per cui il palcoscenico si calca non prima di aver studiato all’Accademia, nonostante la giovane età (36 anni) vanta un curriculum di testi di grandissimi autori. Da Aggiungi un posto a tavola (2008) a oggi ne è passato di tempo: in mezzo tante esperienze come Liolà, Testimone d’accusa, Grease.

Per te ormai il teatro è una tradizione sul palcoscenico. Sei cresciuto molto.

Ho cercato negli anni di crearmi una credibilità di interprete a teatro. Io ho iniziato all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica: sento che il teatro è scritto in me. Lì mi rinnovo e lì penso si chiuderà, spero il più tardi possibile, la mia carriera. Ogni anno scopro sempre di più che un’attitudine si può affinare, sublimare, coltivare, proprio come si fa con i migliori rapporti interpersonali. Nei primi anni volevo dimostrare qualcosa a tutti i costi, oggi affronto tutto con più leggerezza: andare in scena è un momento di grande gioia, in cui posso testare col pubblico quello che abbiamo immaginato durante le prove. Vivo tutto con serenità. L’emozione, però, è sempre grandissima.

Ora sei a teatro con A qualcuno piace caldo, la cui trama prende le mosse dalla drammatica strage di San Valentino. Che significato dai tu al 14 febbraio?

Ne abbiamo fatto un’ appropriazione culturale del nostro Paese, perché siamo bravissimi a fare diventare nostra qualunque tipo di festività. Non ho mai percepito, però, l’esistenza di una festa degli innamorati come tali. È un grande privilegio avere un amore nella propria vita e io certamente sono fortunato, ma non aspetterei il 14 febbraio per rinnovare i sentimenti con una persona che amo. San Valentino, però, è un’occasione in più per andare a teatro: in molti si sono adeguati alle logiche commerciali di questa festa. Si può usufruire così di una promozione che consente di avere due biglietti al prezzo di uno.

Ora siete al Teatro Greco di Roma fino al 22 febbraio, poi a marzo sarete al Manzoni di Milano, tra varie tappe in diverse città. Cosa ci possiamo aspettare.

Questa storia è una favola. Non vogliamo metterci a confronto col film, che resta un quadro perfetto. La favola, però, è di tutti e cerchiamo di raccontarla nel modo più rigoroso, gioioso e sincero possibile.

Cosa racconta oggi questa trama dal punto di vista morale?

Si parla di travestimento per svelarsi: due persone che sopravvivono alla strage di san Valentino sono testimoni di un massacro e sono costrette a travestirsi per salvarsi la vita. Questo li porta a capire chi sono veramente: scoprono l’amore nel suo aspetto multiforme, affrontando la miseria della loro esistenza.

Politica e teatro: c’è una correlazione tra questi due mondi?

Esiste nella misura in cui non c’è separazione tra le due cose: il teatro è società e la politica fa gli interessi della società.. Andare a teatro è un atto politico: chi non va non ha interesse altro che essere solo opposizione, chi scredita il teatro al fine di farne una questione di schieramento non serve il Paese ma fa ostruzionismo. Detesto quelli che si identificano solo in un certo tipo di teatro, che per qualche ragione dovrebbe essere più interessante o necessario rispetto a un altro: ho fatto cose più impegnate e più leggere e mi ci sono sempre dedicato con la stessa passione.

Tu hai sempre lavorato con diversi governi. Oggi com’è la situazione del teatro?

Direi proprio di sì. Oggi i teatri godono di una rinnovata salute: la gente li frequenta con grande affezione. Un buon governo garantisce sempre una proposta culturale che sia varia, intelligente, misurata. Credo di non avere mai sofferto il falso mito della politicizzazione dell’opera artistica. 

Di te raramente si sentono raccontare gossip o notizie che non siano legate strettamente al tuo mestiere. Una vera e propria scelta?

Il mio desiderio è tirarmi fuori sempre di più da questo giro della roulette sociale, per cui a giro uno gode di maggiore o minore notorietà: l’ideale sarebbe apparire solo quando serve come interprete. Con Federica (De Benedittis, ndr) stiamo insieme da tanti anni: non è un nostro desiderio che i rotocalchi parlino di noi.

Dopo tanti anni, ma a un’età ancora molto giovane, ti capita mai di essere su un palcoscenico e sentire l’emozione di calcare lo stesso palcoscenico su cui ha recitato qualche tuo mito?

Certo. Succcede ogni volta che vado nel camerino di Eduardo o quando mi trovo dove ha recitato Carmelo Bene. Un mito assoluto, difficile da commentare a posteriori: non so se oggi la sua performance avrebbe la stessa risonanza dell’epoca, ma di sicuro gli dobbiamo tanto.

Artisti eterni nonostante il passare dei decenni.

Il teatro racconta la società nel momento in cui esiste. Alcune opere ci ricordano un periodo storico ben preciso. Oggi naturalmente il palcoscenico ha una ragione di essere diversa da quella che aveva con i giganti che ci hanno preceduto: forse anche per questo non mi sento mai schiacciato dal confronto. In un certo senso il mio mestiere è diverso da quello del capocomico di tanti anni fa.

Direi che l’asticella è più alta: siamo nell’epoca dell’individualismo becero, che ci vuole tutti esposti in maniera eccessiva. Ci si confronta coi propri drammi in modo estremamente intenso. Mi sento in simbiosi col mio tempo. Cerco di fare il mio mestiere che nella qualifica è lo stesso di Arnoldo Foà, ma nella pratica è un’altra storia.

La città identitaria di Giulio Corso?

Devo tutto ai miei natali e a Palermo, che mi ha nutrito della grandezza della sua diversità culturale, dalla bellezza dei suoi paesaggi e dalla generosità del suo popolo. Sono altresì legato e grato a Roma, che rappresenta la mia nuova vita: mi ha accolto facendomi costruire qui la mia famiglia. È il luogo dove ho deciso di fermarmi.

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